Dopo il Mille, nell’ Influenza di Montecassino | Storiografia della Valle Roveto

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Il secolo XI, che viene dopo la temuta data del Mille, è il secolo che mette decisamente la Valle Roveto nel corso della storia. Infatti, soltanto in quel secolo appare il nome storico della nostra valle, anche se esso non dovette balzare improvviso. Forse apparteneva già da lungo tempo alla storia, come ho detto all’inizio di questo studio. I procellosi avvenimenti delle epoche precedenti, funestati dalle invasioni dei barbari e dalle dure dominazioni straniere, lasciarono purtroppo dietro di sé solo il vuoto e il silenzio. Eppure gli uomini avevano assistito ad un’epoca di grandi fatti: il Papato aveva affermato i suoi giusti diritti nel mondo nel nome di Cristo e del Vangelo; i Carolingi prima e gli Ottoni dopo avevano ricostruito sulle rovine di Roma e nel suo nome augusto il Sacro Romano Impero; generazioni di monaci, discesi per vari rami da S. Benedetto di Norcia e desiderosi di dare nella preghiera e nel lavoro un avvenire migliore agli uomini, avevano esteso a tutta l’Europa la loro attività; l’Islam, anche se arrestato a Poitiers (a. 732) da Carlo Martello, aveva percorso con rapidità vertiginosa molti dei paesi adagiati sulle sponde del Mediterraneo, lasciando ovunque tracce inconfondibili della sua civiltà. Mentre l’Europa saliva le vie della storia, l’Italia era calpestata ancora da eserciti di avventurieri o di sovrani stranieri, vedeva assalite da pirati e da bande armate le sue coste e le sue terre, e perdeva, oppressa da tiranni e avversata dalla sorte, le sue libertà e i suoi primati.  Alla servitù, al saccheggio, alle distruzioni, alla miseria si aggiungeva l’irreparabile perdita delle memorie e dei ricordi, anche se tristi, della sua storia. Se oggi, per la scomparsa dei documenti, diventa impresa difficile ricostruire la storia di popoli importanti e di dinastie gloriose, che tennero desta l’attenzione delle generazioni in cui vissero e prosperarono, come si potranno legare insieme e riordinare i pochi episodi e gli scarsi accenni ad una piccola valle (la Valle Roveto), a cui madre natura fu avara di risorse, costretta ad assistere per lunghissimi secoli al passaggio di monarchi potenti, che si spo­stavano da nord a sud o viceversa, solo ossessionati dal desiderio di opprimere e dalla cupidigia di potere, di nuove terre e di più grandi imperi? A questo punto è doveroso volgere il nostro pensiero di riconoscenza al monastero di Montecassino, che conservò le uniche fonti riguardanti la Valle Roveto; sono esse a guidarci nell’improba fatica di ricostruire la storia della nostra terra.

Montecassino è in questo periodo all’apice della sua fortuna e della sua espansione. Quella luce di speranza, risorta come per miracolo all’alba del secolo, si irradia da quel famoso cenobio, che è già al sesto secolo della sua storia luminosa e che mai, come allora, era diventato certezza di splendore e di rinnovamento. È la missione del celebre monastero che assiste alle distruzioni delle sue mura, e poi, fiducioso nella Provvidenza, risorge dalle sue ceneri, come araba fenice, sempre più grande. Abati lungimiranti, come Desiderio ed Oderisio, governano in quegli anni con mano ferma e con mente nuova questo centro di cultura e di arte; papi eccezionali, come Gregorio VII, Vittore III (Desiderio) ed Urbano II, temprati allo spirito della regola di S. Benedetto, oppure ammiratori della famosa badia, palestra inimitabile di santità e di dottrina, guidano la Chiesa, fra lotte titaniche, all’immancabile vittoria; monaci illustri, che passano la vita nell’appassionata ricerca del passato, consegnano al futuro le loro cronache. Accennava a scomparire la triste serie dei secoli di ferro. A questi monaci studiosi, ai quali nulla sfugge e ai quali si devono il racconto delle vicende drammatiche delle nostre regioni e la narrazione dell’attività prodigiosa del famoso monastero, di quel monte a cui Cassino è ne la costa (Dante. Par.. C. XXII), dobbiamo anche molte citazioni e notizie dei paesi della Valle Roveto, i quali avevano certamente da tempo una storia, affossata e distrutta purtroppo da eventi turbinosi e da generazioni trascurate ed ignoranti. La Valle Roveto faceva parte allora del territorio dei conti marsicani e con molte probabilità la maggior parte delle nostre terre era di proprietà dei conti anzidetti, che poi furono prodighi di lasciti e di beni agli abati di Montecassino. Se i conti dei Marsi e i nobili locali moltiplicano in quegli anni cospicue donazioni ai monaci cassinesi, e questi posseggono vaste zone di territorio in Valle Roveto, tengono cappelle, chiese e monasteri nella nostra terra, e già nominano nelle loro cronache i vari castelli che vi sorgevano, possiamo affermare con certezza che i nostri paesi non sorgono solo allora improvvisamente; lo dico ancora una volta: prima di quegli avvenimenti, altra storia si era svolta nella valle. Non dimentichiamo che attorno alla fine del primo quarto del secolo XI nacque in Antena (Civita d’Antino) S. Lidano, il benedettino che iniziò la bonifica delle Paludi Ponti ne, il pioniere di un’opera gigantesca, che solo ai nostri tempi si è potuta realizzare. E ci riempie di legittimo orgoglio l’onore accordato a tre chiese benedettine di Valle Roveto, i cui nomi furono scolpiti, a Costantinopoli, da valenti artisti di questa città, nel 1066, sulle lamine di bronzo, che ornavano le porte della chiesa di Montecassino, rinnovata con munificenza e ricchezza sotto il governo di quell’eccezionale abate che fu Desiderio.

Le chiese di Valle Roveto, i cui nomi rimasero con tanti altri per secoli incisi in quelle porte ricche di storia, furono: S. Nicola di Valle Sorana (Balsorano), S. Benedetto a Pascu sano di Civitella Roveto e S. Angelo di Pescocanale. Sono esattamente 900 anni! (1066-1966). È il momento questo particolarmente felice per la gloriosa badia, a cui guardano con fervida e fiduciosa attesa le popolazioni centromeridionali. Sono i monaci che assicurano nel nome di Cristo e nella regola di S. Benedetto lavoro e benessere ai popoli della nostra regione, usciti dalle tenebre della barbarie. Ecco nel 1061 la donazione a Montecassino del monastero di S. Benedetto a Pascusano in Valle Orbetu (Valle Roveto), situato come in un’oasi di pace, riparato dai venti e dalle tempeste, non lontano dal fiume Liri, sulla riva di un ruscello mormorante ai suoi piedi, limpido e fresco, a un tiro di schioppo da Civitella, che proprio in quegli anni cambiava l’antico nome di Petrarolo. È Leone Ostiense che per primo riporta la donazione; è il Registro di inestimabile valore del monaco Pietro Diacono che, ancora conservato nell’archivio di Montecassino, ci fa leggere quel nome, il mio paese natale, in quelle pergamene, tenaci e resistenti alle violenze degli uomini e del tempo. Da quando esisteva Petrarolo? Mistero. Da quando era stato fondato il monastero di S. Benedetto nel luogo chiamato a Pascusano, il monastero che i fratelli Giovanni ed Ugo, di Pietro e Azzone, figlio di Azzone, abitanti nel territorio marsicano, donarono a Montecassino, con tutti i libri, gli ornamenti, le campane, le terre adiacenti, confinanti con il tenimento del castello di Meta e il fiume Liri? Oggi, a distanza di nove secoli, non tutti i confini, ricordati nell’atto, sono identificabili, ma basterebbero le citazioni fatte, nel documento, di Meta e del fiume, oltre alla località ancora chiamata S. Benedetto e al ponte sulla ferrovia, detto fino ai nostri giorni in dialetto Ponte a Paschisciano, per ripresentarci l’antico monastero e farci rivivere con certezza una data perduta nella notte remota del Medio Evo. Attorno a quello stesso anno, ancora Ugo, figlio di Pietro, cittadino di Petrarolo, nella provincia dei Marsi, donò a Montecassino la sua porzione di terre, di case, di vigne, appartenenti alla chiesa di S. Benedetto a Pascusano. L’atto della prima donazione era avvenuto in Marsi, capoluogo della Marsica, mentre il secondo nella città di S. Germano, l’odierna Cassino. La Valle Roveto (Vallis in Orbetu o Vallis de Urbetu) è ormai tutta in movimento, e i monaci, che continuano la loro missione di bene, allargano le loro influenze e ottengono altre chiese ed altre terre dai signori del luogo. A questo punto una terza donazione di terre a S. Benedetto a Pascusano, fatta a Montecassino.

Il Gattola non la riporta, ma essa è sempre consacrata nel Regesto di Pietro Diacono, che la copiò come per gli altri documenti, da originali pergamene, esistenti al suo tempo. Ed io penso che la donazione sia del 1060 e non del 1063, precisamente del 3 settembre di quest’ultimo anno. Si tratta della donazione di Ratterio, figlio di Pietro, del territorio marsicano, abitante della valle de Urbetu (Valle Roveto) nella stessa Civitella, che chiamasi Petrarolu. Anche questo atto, come il primo, venne stipulato in Marsi. Il documento, in un latino zeppo di spropositi, dice: … anni sunt mille sexagesimo tercio et dies mense septembri. lo ritengo che tercio debba riferirsi a dies, cioè al giorno e non all’anno. Perciò la data potrebbe essere interpretata così: 3 settembre 1060. Riporto anche le parole latine del documento di Pietro Diacono per quanto si riferisce al donatore: …ego Racteri, filius quondam Petri de territorio marsicano, habitator sum modo in valle de Urbetu in ipsa Civitella que Petrarolu vocatur. Un’ultima notizia: Pietro Diacono compilò il suo Regesto, per ordine dell’Abate Senioreto, dal 1127 al 1137. Poco tempo dopo la donazione di S. Benedetto a Pascusano, nel 1063, Rainaldo di Oberto e fratelli, Giovanni di Bono e fratelli, Bernardo di Ratterio e fratelli, nobilissimi cittadini della città di Antena (Civita d’Antino), in Orbetu, offrono al monastero di Montecassino la chiesa di S. Pietro in Morino e la chiesa di S. Lucia in Rendinara con terre e beni. Così M orino e Rendinara appaiono la prima volta in documenti, pur possedendo da tempo un nome e una fede. Come, infatti, non vedere dietro le chiese di S. Pietro e di S. Lucia un passato più o meno lontano? Eppure oggi, dopo nove secoli, le chiese di S. Benedetto a Pascusano in Civitella Roveto, di S. Pietro in Morino e di S. Lucia in Rendinara rappresentano appena un ricordo e nulla più. Di quelle chiese, di quei luoghi sacri, densi di storia, è possibile individuare solo l’ubicazione e contentarsi della loro antica denominazione arrivata fino a noi. S. Benedetto a Pascusano rimase a Montecassino fino al secolo XVII, S. Pietro di Morino continuò per lunghi secoli una esistenza operosa e fiorente, S. Lucia in Rendinara fu un beneficio ecclesiastico fino ai giorni nostri. Cosa resta oggi di quelle chiese? Rappresentano, è vero, semplici titoli sine re, ma continuano per noi ad essere monumenti scomparsi, che nel silenzio ci fanno immaginare ancora le vicende e i molti avvenimenti, di cui furono testimoni, ricordandoci che i nostri paesi già vivevano e prosperavano al primo risveglio della notte medioevale. Intanto un altro paese di Valle Roveto fa parte, sempre in questo periodo, delle cronache cassinesi: Meta. Frazione oggi di Civitella Roveto, la Meta, come comunemente la chiamiamo, doveva essere allora un castello importante, forse costruito lassù in periodi foschi, perché fosse rifugio sicuro alle popolazioni fuggiasche, sospinte dalla violenza di invasori a cercar si un luogo di difficile accesso al nemico.

Appunto nel 1070, Azzone di Azzone, del territorio marsicano, dona a Montecassino il castello di Meta, anche esso in Valle Urbetu (Valle Roveto), con terre e vigne. Sono convinto che questo Azzone è lo stesso che con Giovanni ed Ugo donò nel 1061 a Montecassino la chiesa e le terre di S. Benedetto a Pascusano, situate in Civitella Roveto. Anche l’atto della cessione di Meta fu redatto in Marsi. Ma il secolo XI non cessa ancora di procurarci sorprese, e, quasi avesse avuto il compito di illustrarci tutta la regione, attraversata dall’alto corso del Liri, partendo dalla fine della Valle della Nerfa fino ai confini con Sora, ci mostra che la fisionomia dei castelli e dei paesi allora esistenti non differiva molto dall’attuale. Nel 1070 un altro castello, paese di confine fra le diocesi di Sora e dei Marsi, trova il posto nella cronaca del tempo: Pescocanale. Ed esso ricorre più volte nei documenti posteriori a quella data. Da quel punto proprio ha inizio la nostra valle. Passando, infatti, per quel canale, stretta gola che il Liri infila dopo la pittoresca Valle della Nerfa e che dà il nome al paese di Pescocanale, sovrastante dalla rupe, ci troviamo improvvisamente davanti la Valle Roveto, la Vallis de Orbeto o de Urbetu. Nel novembre del 1070, lassù, in Montecassino, alla presenza dell’abate Desiderio, con solenne cerimonia, Berardo, conte dei Marsi, figlio di un altro Berardo, anche lui conte dei Marsi, dona ai monaci di S. Benedetto il monastero di Luco con tutti i suoi tenimenti e con tutte le altre chiese di sua proprietà. Tra le chiese vi è anche S. Angelo di Pescocanale. Ma Pescocanale non compare solo nella donazione del monastero di S. Maria di Luco, fatta dal conte Berardo a Montecassino. Come ho detto pocanzi, nel 1066, si leggeva Pescocanale sulle lamine delle porte della chiesa di Montecassino. Dico ancora di più. Quando nel 1572 sorse una controversia tra la chiesa di S. Maria di Luco e la chiesa di S. Angelo di Pescocanale per alcuni diritti che la prima rivendicava sulla seconda, S. Maria si rifece alla donazione del 1070. E per chiudere la serie delle donazioni del secolo XI, ai fini della conoscenza delle località e dei paesi di Valle Roveto, ultima in ordine di tempo, ma non meno importante, è la donazione di Gentile, figlio del conte Balduino, e di suo nipote Trasmundo. Nel 1089, alla presenza del vescovo sorano Roffrido, Gentile e Trasmundo donavano a Montecassino la chiesa di S. Nicola in Balsorano, la chiesa di S. Stefano in Rivo vivo e le chiese di S. Restituta e di S. Maria in Morrea. Le notizie, che abbiamo riportate in questo capitolo, dimostrano come grande sia stata l’influenza nel secolo XI del monastero di Montecassino in Valle Roveto, sempre rimasta in territorio marsicano e ubbidiente ai conti dei Marsi.

E conti marsicani furono per lo più i donatori di terre ai monaci di Montecassino. Con molta probabilità il Gentile che dà nel 1089 al monastero cassinese le chiese, pocanzi descritte, di Valle Roveto, dovette essere il figlio di quel Balduino, conte di Valle Sorana, che a sua volta aveva donato allo stesso storico monastero tre chiese in Valle di Comino. Le chiese di S. Nicola di S. Stefano, di S. Restituta e di S. Maria hanno avuto una tradizione ed una storia nei secoli posteriori: di esse solo S. Restituta in Morrea resta ancora in piedi, anche se completamente ricostruita dopo il bombardamento del 1944; le altre sono oggi un lontano ricordo. Ci siamo sforzati di presentare un quadro il più completo possibile della situazione generale della Valle Roveto (Vallis de Urbetu) nel secolo che segue immediatamente il Mille; purtroppo le notizie non sono sempre chiare e i pochi documenti a nostra disposizione non ci danno la possibilità di meglio illustrare quell’epoca lontana; ma è certo che una grande fede fu alla base di quella società e che la nostra valle, pur risonante continuamente di armati in cerca di preda e di conquiste, scrisse pagine di intenso fervore religioso, fiduciosa in tempi migliori. Siamo nel secolo in cui una nuova ondata di stranieri è di turno a passare e ripassare per le terre del Mezzogiorno. A poco a poco con fortunate gesta i signori normanni, profittando delle discordie fra bizantini e saraceni, estendono il loro dominio nell’Italia meridionale e finiscono per conquistare definitivamente nella seconda metà del secolo seguente anche la Marsica e quindi Valle Roveto. Il secolo che fu spettatore della lotta tra Papato e Impero con Gregorio VII ed Enrico IV, si chiuse con la prima Crociata, che richiamò ed unificò in un fulgidissimo ideale principi e soldati di tutte le nazioni d’Europa. Dalla fine del secolo XI paesi e nomi di chiese di Valle Roveto non mancheranno più nei Privilegi che accordarono papi ed imperatori al monastero di Montecassino. Oggi tutto tace attorno a quelle memorie. Ma io pongo una domanda. Negli affreschi bizantini che furono riscoperti nelle pareti e nell’abside dell’antica chiesa di S. Maria della Ritornata, non potremmo vedere qualche resto del secolo XI o anche di tempi anteriori? Nella mia monografia sulla chiesa di S. Stefano in Civita d’Antino ho già provato che prima del 1183, data della Bolla di Lucio III in favore di quella chiesa, da tempo esisteva lassù sui monti la chiesa di S. Maria de Tornaro, l’attuale Madonna della Ritornata!  (Note sull’autore e copyleft)  Storiografia della Valle Roveto | Ritorna all’indice

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