Eremo Madonna del Cauto | Morino

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Che cosa dovettero dividersi nella romita chiesetta della Madonna del Cauto negli ultimi anni del secolo XII i Signori di Antena (Civita d’Antino) e i monaci di Casamari? Per spiegarci la controversia, dobbiamo credere che la chiesetta possedesse non lontano dalle sue povere mura e da quella miserabile grotta boschi a non finire o fosse ricca, nelle zone sottostanti alla squallida casetta, di molte terre che potevano far gola. Solo boschi e terreni che si trovavano nelle vicinanze della Grancia o a Morino avranno giustificato la lite in quell’epoca remota tra il Monastero di Casamari e la città di Antena. La controversia viene ricordata nell’antico Cartarium Casamariense; essa fu risolta e definita solo attorno al 1188 da una sentenza emessa dai Vescovi di Aquino, Veroli e Sora. L’antichissima chiesetta, situata a circa 1000 metri di altitudine, al di sopra del famoso Schioppo che da origine al Romito, un affluente di destra del Liri, costruita nella roccia dalla fede cristiana di altri tempi, una sacra casetta scavata nella roccia, dove forse raramente si rifugiarono perfino i banditi o i briganti, perseguiti dalla giustizia umana. L’alpestre luogo è degno della nostra profonda meditazione: alla Casa della Madonna del Cauto andarono e vanno anche oggi, in alcuni giorni della primavera, tanti fedeli di Morino e di Grancia, come pellegrini d’amore, come testimoni di un convinto sentimento religioso, che esaltava al tempo della barbarie ed esalta lungo le vicende tristi della nostra storia i valori eterni dello spirito.

Lassù si raccoglieva fidente quella generazione di autentici cristiani, lontana dai fragori mondani, per dirci oggi che grande fu la fede di coloro che vollero tra i monti e i dirupi quella chiesetta. Non molto distante si leva una grossa pietra con un buco enorme, per dove possono passare anche persone o animali. In dialetto cauto significa buco e la chiesetta e passata alle generazioni col nome di Chiesetta della Madonna del Cauto. In qualche documento che ricorda la chiesetta viene chiamata la Madonna de pertuso: e la stessa cosa. Pertuso, anche, vuol dire buco, e pertugio è la parola italiana. Lassù, sopra la cascata dello Schioppo, ma molto più in alto, tra rocce scoscese ed inaccessibili, costruirono la Chiesetta della Madonna del Cauto, ove dominano solo i cespugli che fanno del terreno su cui si proiettano le ombre dense degli altissimi faggi, un luogo sempre coperto di foglie cadute dalle piante e di sassi accumulatisi nel tempo. Davanti alla rozza entrata della chiesetta della Madonna del Cauto è sospesa una campanella simile ad un campanaccio come quello che portano al collo le mucche lasciate al pascolo in alta montagna. Si entra nella chiesetta per una vecchia porta in un ambiente fatto vecchio dal tempo e dalla umidità. La chiesetta e scavata nella roccia come una grotta: due pareti sono addossate alla roccia e le altre due sono di pietra. La chiesetta può essere lunga otto o nove metri, larga e alta circa quattro. Davanti a una delle pareti scavate nella roccia si leva un piccolo altare per celebrarvi la Messa. Quasi dovunque, nella volta e nelle pareti, e possibile distinguere, anche se sbiaditi, dei dipinti: non e facile oggi, a tanta distanza di secoli, riconoscere gli argomenti delle pitture. Rappresentavano senz’altro molti misteri della nostra religione, come l’Annunziazione e la Natività: dietro l’altare, al centro, è visibile la Madonna che tiene aperte le mani. Nella parete in cornu epistolae sembra che siano dipinti con i loro paramenti alcuni Pontefici; sotto uno di essi si può leggere ancora: Clemente. Sarà certamente il Papa S. Clemente I, uno dei primi Pontefici, discepolo degli Apostoli, vissuto alla fine del primo secolo dell’era cristiana. I dipinti non sono opera d’arte, ma la chiesetta ha un valore di fede inestimabile se meditiamo quella fede nella generazione che venne per prima lassù nei periodi oscuri che seguirono il Mille.

Un paesaggio chiuso tra colli e valloni, uno spettacolo solo di verde coperto dai raggi del sole, dominata dagli alberi delle molte faggete che si rizzano, fino a trenta metri come giganti. Sono rari gli spazi aperti che offrono la visione maestosa dei monti svettanti nella catena dei Cantari e dei Simbruini. Non son rare qui neppure le sorgenti che ai passanti, ai greggi e agli armenti sono prodighe della fresca acqua della montagna. Si inseguono i panorami della nostra terra d’Abruzzo, sempre diversi, con i colli che digradano, con le campagne consacrate al lavoro, con i continui boschi di querce, con i campi di messi già mietute o da mietere ancora, con i prati di fieno in attesa della falce, con tanti vigneti ben coltivati, con i castagneti sotto le cui ombre l’aria e balsamica, con piante da frutto d’ogni specie. Fra questo verde e tra i vari paesaggi un testimone secolare, che sa tutto della gente della Valle Roveto, che scorre sempre con lo stesso mormorio, il Romito, che si precipita freddo tra i sassi per andare ad ingrossare le acque del Liri. (Note sull’autore e copyleft)

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