Fenomenologia del brigantaggio postunitario nella Valle Roveto | Seconda parte

Nella nota si aggiunge “che a nulla valsero le raccomandazioni fatte dal Sindaco e dal Cassiere Comunale, i quali fecero presente il misero stato di deficit della Cassa Comunale, perché i signori Giorgi e Di Lorenzo, spalleggiati da centinaia di villani reazionari armati dei paesi circonvicini,minacciarono non solo tasse forzose ai Comuni ed ai proprietari facoltosi, ma fucilazioni,legnate, carcerazioni per i renitenti al pagamento, spacciando facoltà loro concesse da Autorità superiori”. Una indescrivibile ondata di terrore corse per la Valle Roveto durante la malaugurata reazione marsicana. L’arbitrio e la prepotenza fecero da padroni in quei giorni e unica via di salvezza restò quella di starsene nascosti e attendere tempi migliori. Con un altro battaglione di volontari si trasferiva La Grange il 18 ottobre ad Avezzano attraverso Valle Roveto. Da questo momento, ripetendo minacce o estorsioni, passano e ripassano la valle, provenienti da Sora o reduci da Magliano, da Avezzano o da Rocca di Mezzo, squadre mal vestite di armati o meglio bande raccogliticce di reazionari, al soldo degli improvvisati generali borbonici. Furono le giornate della fine dell’ottobre 1860 per Valle Roveto e per la Marsica le più terribili di quell’anno, carico di avvenimenti. Solo dopo la sconfitta subita al Macerone dal generale Scotti ad opera di Cialdini, comandante delle truppe piemontesi, subentrò in tutti la certezza della fine dei Borboni e della prossima liberazione dei nostri disgraziati paesi. E caddero nello stesso tempo ad una ad una le speranze dei legittimisti.

Alla fine di ottobre e ai primi giorni di novembre incalzarono gli eventi: Vittorio Emanuele II, già salutato presso Teano re d’Italia da Giuseppe Garibaldi, spezzate le ultime resistenze delle truppe borboniche ormai in dissoluzione, entrò trionfalmente a Napoli l’8 novembre. Restava da espugnare l’ultimo baluardo, che Francesco II cercò difendere per altri tre mesi: la fortezza di Gaeta. Ci si avviava all’unità della patria. Con gioia fu proclamato re Vittorio Emanuele Il in tutto il territorio dell’ex-Regno napoletano e sventolò per la prima volta dai nostri Comuni e dalle finestre delle nostre case il tricolore d’Italia. Tornò nello stesso tempo dappertutto la Guardia Nazionale e si sperò l’avvento della normalità in tutta l’Italia meridionale, dopo tanto sangue fraterno versato e tante dolorose vicende. Ad Avezzano era giunto intanto con varie centinaia di soldati piemontesi, onde restaurarvi l’ordine, il Generale Pinelli. Gli scontri si fanno ora in Valle Roveto sporadici. Purtroppo iniziò la guerriglia che doveva prolungarsi per anni. Bande di uomini armati vissero uccelli di bosco sui monti, scendendo di tanto in tanto al piano o più spesso nei nostri paesi, situati più in alto, per estorcervi viveri o per mettere in atto i loro propositi di vendetta. La lotta a favore di un regime si trasformò in brigantaggio. “Fu lo sbandamento, dice giustamente Raffaele De Cesare, la prima radice delle reazioni e del brigantaggio negli Abruzzi, e in tutto il Regno. A misura che gli sbandati tacevano ritorno nei paesi nativi, erano accolti dai liberali con ingiurie e sevizie, ed incoraggiati dai borbonici a buttarsi in campagna, perché l’ora della restaurazione non sarebbe tardata a suonare.” Il brigantaggio fu il prodotto ineluttabile di una società corrotta ed egoista, della miseria più nera delle popolazioni meridionali, di odi inveterati che non si spensero tanto presto e che si trascinavano da generazioni nelle famiglie, dell’opportunismo, che continuò sovrano ancora per lungo tempo, di esaltare oggi il nuovo Regno piemontese, di rimpiangere domani il caduto Regno borbonico. Il brigantaggio fu anche la conseguenza del cambiamento repentino di governo, avvenuto in tempi non del tutto maturi, per cui la storia. se condanna il brigantaggio come una triste manifestazione priva d’ogni senso morale, è costretta dopo averne studiato e vagliato attentamente le cause, ad essere meno severa con esso e accusare anche le circostanze che lo videro nascere. E torno alla narrazione degli avvenimenti di quell’anno e degli anni successivi. Da questo momento accennerò soltanto agli sconfinamenti, alle minacce, alle devastazioni, ai saccheggi, alle stragi di cui furono vittime le popolazioni di Valle Roveto dopo il novembre 1860. Nel dicembre insorsero i contadini di S. Vincenzo e di S. Giovanni; tra essi e i nazionali, prontamente accorsi, ebbe luogo un breve scontro con qualche ferito; l’insurrezione fu domata sul nascere. Ed ecco, alla fine dell’anno, già correva la voce che il colonnello La Grange con migliaia di soldati si apprestava ad invadere dallo Stato Pontificio gli Abruzzi e le zone che vanno da Ceprano a Sora. Nello stesso tempo piccoli focolai di rivolta si accendevano in continuazione nei paesi della valle, come a Civitella, come a Morino, come a S. Giovanni. Il tentativo di invasione si ebbe il 13 gennaio del 1861. Il Loverà, il La Grange e il Giorgi comparvero improvvisamente sulle montagne e scesero su Tagliacozzo, riportando solo un modesto successo contro due compagnie di Piemontesi, comandate dal Maggiore Ferrero. Poi, i Piemontesi, avuti rinforzi, con una energica controffensiva respinsero gli invasori, costringendo li a ritirarsi sulle montagne. Infatti, verso la metà di gennaio, da Sora si erano affrettate a portarsi d’urgenza nella Marsica, attraverso Valle Roveto, quattro compagnie di soldati piemontesi con un reparto di cavalleria. Nel gennaio dello stesso 1861 si era avuto senza gravi conseguenze un altro movimento insurrezionale contro il nuovo regime nella frazione di Rendinara. Il 22 gennaio altri 800 soldati piemontesi con due cannoni transitarono per Valle Roveto diretti nella Marsica: ormai il tentativo di Loverà era completamente fallito. Dopo i fatti descritti, i centri della Valle Roveto vennero tutti presidiati, e stazionarono in permanenza soldati a cavallo a Balsorano, alla Taverna del Re e a Civitella Roveto. Il 30 gennaio 2 battaglioni di piemontesi si spostarono da Sora ad Avezzano e il 4 febbraio passò per la valle, diretto nella Marsica, anche il Generale De Sonnaz, che ritornò a Sora il 6 dello stesso mese. Finalmente il 13 febbraio 1861 si giunse all’ultimo atto: si arrendeva la fortezza di Gaeta e si rifugiava a Roma Francesco II. Il 19 di quello stesso mese veniva proclamato al Parlamento subalpino il nuovo Regno d’Italia. Ad evitare sorprese, fanno ora la spola tra Sora ed Avezzano, durante i mesi di gennaio e di febbraio, le truppe piemontesi. Infatti, in quell’anno furono necessari più volte per il ritorno dell’ordine, turbato qua e là, interventi di truppe. Il 6 marzo tempestiva fu la repressione della sommossa di S. Giovanni Valleroveto. Soldati inviati rapidamente da Civitella e da Sora circondarono il paese e la insurrezione veniva presto soffocata: 18 persone furono tratte in arresto e condotte alle carceri di Sora. Il 27 giugno, armati reazionari sconfinavano dallo Stato Pontificio, entravano in Roccavivi derubando e saccheggiando abitazioni; fra queste casa De Gruttis.

Il 28 giugno due soldati nazionali, che perlustravano la strada, vennero uccisi per errore in Balsorano dai soldati del terzo battaglione del 43° di linea, che si dirigevano a Sora, provenienti dall’Aquila. Il 29 giugno tutto Balsorano era in allarme: era annunziata imminente una invasione di armati stazionanti per le montagne. Molti cittadini lasciarono il paese, cercando rifugio altrove. Il 12 luglio bande armate entrarono ancora una volta, per pro­curarsi viveri, in Roccavivi. Anche il paese di Castronovo fu saccheggiato. Il 17 luglio dalle montagne di Collelongo una banda armata piombò sul paese di S. Giovanni e vi incendiò alcune case, fra cui quella della famiglia Urbani. Intere famiglie di S. Giovanni e di S. Vincenzo fuggirono a Sora. La lotta, come già si vede da questa cronaca, si è in gran parte allontanata dal piano politico, per cui era stata scatenata. Ora, dalla guerriglia, instaurata allo scopo di tenere accesa la fiammella della riscossa e sempre sveglia la speranza di un eventuale ritorno borbonico, si è passati ad atti di vandalismo, ad azioni brigantesche. Così, liberi e non compromessi cittadini vengono aggrediti in viaggio e rapinati, mentre le diligenze che portano la posta sono fermate e svaligiate. Civitella Roveto. Monumento ai Caduti. Molti dei malviventi, che sfuggono alla giustizia, da tempo ricercati per reati commessi durante i mesi della reazione, scendono ora dalla montagna in cerca di viveri, e spesso, con lo scopo di vendicarsi, spinti dall’odio inestinguibile e dalla vecchia passione di parte, dei loro avversari politici. Il 15 agosto 1861 Morrea fu minacciata da una grossa banda, calata dalle vicine montagne di Collelongo. Parte della banda entrò in paese, parte restò di guardia alle porte. Scopo della spedizione fu quello di disarmare il corpo di guardia e privati cittadini. Non poche famiglie di Morrea, ma anche dei paesi di S. Vincenzo e di S. Giovanni, abbandonarono le loro case. Il 5 ottobre si scontrarono armati della montagna e soldati piemontesi, di stanza a Rendinara. Immediatamente accorsero in aiuto i soldati dei presidi di Civitella e di Roccavivi, mentre rinforzi giungevano a Rendinara anche da Sora il giorno seguente. Il Governo di Torino intanto si preoccupava di alleviare le sofferenze delle nostre popolazioni e studiava i mezzi più adatti per venire incontro agli urgenti bisogni dei nostri paesi e di tutto l’exreame di Napoli. Proprio durante quei giorni, precisamente il 9 ottobre, era di passaggio per la Valle Roveto il Ministro dei Lavori Pubblici, diretto a Torino. Ma seguitiamo la nostra narrazione. Il 6 novembre i banditi sequestrarono il vecchio abate di Castronovo, Don Giuseppe Baccari, e lo trasportarono nella montagna. Altri banditi ricercarono invano nel paese di Meta il sacerdote Don Vincenzo Di Cesare, nativo di Civita d’Antino. E proprio a Meta quegli uomini armati si rifornirono abbondantemente di viveri in casa Chiarelli per poi ritirarsi. Soltanto dopo sei giorni, il 12 novembre 1861, l’abate Baccari fu riscattato col versamento di 1200 ducati. Il 17 novembre, a tre ore di notte, fu invasa dai briganti Civita d’Antino. Non solo furono saccheggiate delle case, specialmente quelle delle famiglie Cerrone e Boccia, ma furono sequestrati e condotti come ostaggi in montagna il sacerdote Don Luigi Cerrone e alcune persone della famiglia Boccia. Il 18 novembre una commissione di cittadini di Canistro giungeva a Sora dal colonnello Lopez a chiedere forze per difendere il paese minacciato dai banditi della montagna; fu spedita a quella volta mezza compagnia di soldati.

Il 28 novembre giungeva la dolorosa notizia che il sacerdote D. Francesco Cerrone e suo fratello Achille, di Civita d’Antino, erano stati uccisi nelle montagne; i due Boccia invece, catturati con i Cerrone dai briganti il 18 di quel mese, furono rilasciati e tornarono presso le loro famiglie. L’11 dicembre venne chiesto al colonnello Lopez, sempre di stanza a Sora, l’invio di truppe in aiuto di Morrea e di altri paesi della valle. Un dicembre che nessuno poté così presto dimenticare fu quello del 1861! Era un grosso rischio per tutti viaggiare lungo la strada nazionale. Il 14 dicembre partì per Valle Roveto da Sora una compagnia di linea del 44°: di essa metà si stabilì in S. Vincenzo e metà in S. Giovanni. Nei giorni che precedettero il Natale i briganti rubarono 10 vacche nel territorio di Civitella e le trasportarono a Filettino; la stessa sorte toccò a 50 suini nella macchia di Morino. Il 24 dicembre restò Civitella sotto l’incubo di una invasione di briganti: per far fronte a qualunque eventualità un’altra compagnia di soldati fu inviata di rinforzo da Sora. A Rendinara un ennesimo scontro fra soldati piemontesi e banditi della montagna il 29 dicembre. Il 30 passarono per la valle altre due compagnie di truppa regolare, provenienti da Sora. Il 1861 si chiuse così in un fosco scenario di terrore. E fino a che vi furono banditi, la situazione restò sempre precaria, e le persone con i loro beni rimasero alla mercé dei facinorosi della montagna, uomini senza Dio e senza legge. Il 1862 fu meno agitato e lasciò maggior respiro agli abitanti di Valle Roveto, ma anche esso diede ai nostri paesi ansie e trepidazioni, assieme a lutti e dolori. Il 28 marzo 1862 si trasferì in Valle Roveto una compagnia del 44° e la mattina del 30 dello stesso mese fece una improvvisa apparizione in Civitella Roveto il Generale Govone: restò a Civitella poche ore e già si trovava a Sora la sera dello stesso giorno, alle ore 24. Il 6 aprile sono di passaggio per la valle, provenienti da Sora, due compagnie di soldati, che si dirigono a marce forzate, per ristabilirvi l’ordine, a Luco dei Marsi e a Collelongo. Continua a leggere…

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