Fenomenologia del brigantaggio nella Valle Roveto

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Chi legge le cronache di questo periodo e gli storici che hanno ricostruito a grandi linee le giornate drammatiche che portarono nel 1860, dopo l’entrata di Garibaldi in Napoli, avvenuta il 7 settembre di quell’anno, al crollo dei Borboni e alla fine del loro Regno, troverà pochi cenni sui fatti che si svolsero in quei mesi turbinosi in Valle Roveto. Quanto sto per narrare è naturalmente cronaca locale, che potrebbe interessare soltanto chi si accingesse a tramandare in tutti i particolari gli avvenimenti di cui furono teatro singole regioni, però io sono convinto di non dispiacere ai lettori della mia terra, se per essi ho raccolto qua e là notizie che ci riguardano e portano un po’ di luce sulle vicende che tormentarono allora anche i nostri paesi.

Innanzi tutto è doveroso ridire che da noi non mancarono famiglie, vibranti degli ideali del glorioso Risorgimento fin dai primi moti del 1820 e del 1821, che molti, attraverso la stampa clandestina della Carboneria e di altre associazioni patriottiche, avevano vissuto la grande vigilia che portò alla indipendenza ed all’unità d’Italia: perciò già da tempo si attendeva con ansia anche da noi il giorno della liberazione dal regime borbonico. Ma nello stesso tempo è doveroso anche ricordare che la massa non era preparata al tramonto di un regime: lo provano prima le reazioni, le sommosse, le guerriglie che funestarono la Valle Roveto nel 1860 e negli anni seguenti e poi in parte anche il fenomeno pauroso del brigantaggio, il quale, sorto a difesa del caduto regno borbonico, degenerò in seguito, arrecando lutti e sofferenze alle nostre popolazioni, che vissero sotto l’incubo dello spavento un lungo periodo, in cui sarebbero stati necessari, per ricostruire sulle rovine del passato, ordine e tranquillità.

Dopo lo sbarco dei Mille a Marsala e la conquista della Sicilia da parte delle truppe garibaldine, Garibaldi, con rapida marcia vittoriosa, il 7 settembre era entrato a Napoli, costringendo Francesco II ad abbandonare la Capitale e a rifugiarsi a Gaeta. Gli avvenimenti intanto precipitavano, e in tutti i paesi dell’antico Regno napoletano, anche in quelli non ancora controllati dal vincitore, si organizzavano, attraverso la Guardia Nazionale, governi provvisori, in attesa di salutare le truppe vittoriose. Ciononostante, dappertutto si aggiravano ancora gli affezionati all’antica dinastia e dovunque si riorganizzavano resistenze: quasi non si voleva accettare la nuova situazione e si sperava ancora in un capovolgimento. Ed anche dopo il 10 ottobre, in seguito alla notizia della disfatta al Voi turno dell’esercito borbonico, focolari di disturbo e di resistenza continuavano ad essere accesi in varie parti dell’antico Regno, mentre voci contraddittorie erano a bella posta diffuse qua e là da emissari borbonici per tener desta la speranza in una prossima risurrezione del regime, crollato sia per il valore dei soldati garibaldini e piemontesi sia per il volere di buona parte delle popolazioni meridionali. È naturale che nelle nostre zone, confinanti con lo Stato della Chiesa, dove era più facile sconfinare e mettersi in salvo più presto, resistenze durarono a lungo. Così la Valle Roveto, per la sua posizione geografica, vide passare per mesi e mesi, anzi per anni, reggimenti e reggimenti di fanteria, di granatieri e di bersaglieri, squadroni di cavalleria, carri da guerra e pezzi di artiglieria, che si spostavano continuamente, dovunque ve ne fosse il bisogno, per mantenere l’ordine nei nostri paesi e reprimere tempestivamente ogni accenno di rivolta. Fin dal 15 settembre 1860 si era organizzata, dopo un decreto di Francesco II, una brigata di volontari, formata da quattro battaglioni, di sei compagnie ciascuno. Comandava la Brigata il Colonnello Barone Teodoro Federico Klitsche De La Grange, uno straniero, che da più anni era in Caserta.  Il colonnello, che aveva al principio di ottobre in Sora il suo quartiere generale, veniva informato giorno per giorno delle mosse dei nazionali e garibaldini, già padroni della Marsica, ed armava nello stesso tempo chiunque si presentasse da lui e intendesse difendere la monarchia borbonica. Il 3 ottobre, 30 giovani di S. Giovanni Valleroveto, avute armi e munizioni, partivano da Sora, pronti a sbarrare con altri armati la strada alle truppe garibaldine che si andavano concentrando in Avezzano e minacciavano di calare nella Valle Roveto.

A questo drappello si aggiungevano altri 50 reazionari della squadra di Luigi Alonzi, il famoso Chiavone, nativo della Selva di Sora, e alcuni volontari siciliani. Il 4 ottobre si fermava la spedizione a Balsorano per sorpren­dere alcuni liberali (nazionali) sorani, che colà si erano rifugiati, onde sfuggire alle rappresaglie dei sostenitori di Francesco II. La squadra punitiva, dopo averli arrestati, tornò a Sora nella serata; ma il giorno seguente da Avezzano calarono in Civitella Roveto i nazionali ed urgenti richieste di aiuti giunsero da parte dei borbonici della valle. Allora La Grange decise di agire. Con due battaglioni di volontari e due cannoni avanzò in direzione di Balsorano, ove sostò la notte dal 5 al 6 ottobre. All’alba del 6, marciò alla volta di Civitella, ma sotto Civita d’Antino, lungo la strada, lo aspettava in una imboscata un forte gruppo di garibaldini, che avevano raggiunto il giorno precedente Civitella Roveto. Il colonnello, quasi avesse preveduto la sorpresa, aveva già piazzato in quelle vicinanze sopra un’altura uno dei due cannoni, poi in persona proseguiva con le truppe per la Nazionale. Al suo passaggio, uscirono improvvisamente dall’agguato i garibaldini; cominciarono allora da ambo le parti scariche di fucileria, mentre apriva il fuoco il cannone già piazzato. I garibaldini, sorpresi a loro volta dalla immediata reazione del nemico, ebbero la peggio. Parecchi furono fra essi i morti e i feriti, mentre il grosso si dava alla fuga. La sparatoria che ne seguì e si protrasse per ore durante l’inseguimento lungo la Nazionale, oltre Capone, oltre Le Prata di Civitella, fino sotto Santacroce (Canistro), gettò il panico nelle popolazioni che fuggirono nei colli vicini o alle falde dei monti. Alla notizia del favorevole fatto d’arme, si ebbe la prima reazione dei contadini della zona e di altri gruppi armati della Valle Roveto, aizzati dai borbonici del luogo alla rivolta e alla rappresaglia: ho detto la prima, perché nei giorni seguenti allo scontro descritto, si sollevò la Marsica e si ebbero i gravi moti di Tagliacozzo. A che non arriva la passione politica? Essa mostra sempre gli istinti peggiori della folla e gli odi secolari delle famiglie.

In ogni paese di Valle Roveto non mancarono le rappresaglie; dovunque vennero ricercati o denunziati o percossi i nazionali. Più deplorevoli e gravi i fatti di Civitella Roveto. In quella giornata perdette la vita il giudice di Civitella, Federico Venerosi, che non aveva cercato mettersi al sicuro. Trovato nascosto in un pagliaio dai rivoltosi, fu barbaramente percosso e ferito a morte. In seguito alle ferite ed ai crudeli maltrattamenti patiti, morì appena giunto in paese. La reazione non si fermò a questo crimine efferato, ma si sfogò senza pietà contro uomini e cose, e risuscitò vecchi rancori personali e il più basso spirito di vendetta. Fu incendiata la «locanda» nuova dei Ferrazzilli, situata lungo la strada, e furono saccheggiate in paese la casa dei signori Giuseppe e Domenico Antonio Ferrazzilli e la locanda dello Stagnaro. Contro la famiglia Ferrazzilli c’era la mano di Giacomo Giorgi, di cui parlerò fra poco. Per fortuna l’intervento in extremis dello stesso colonnello La Grange impedì che la casa dei Ferrazzilli ed altre case fossero date alle fiamme. I garibaldini, nello scontro, oltre alle perdite subite, avevano lasciato nelle mani dei borbonici alcuni prigionieri, che furono tradotti nelle carceri di Sora. Dal 6 ottobre in poi la strada che porta da Sora ad Avezzano diventò difficile e pericolosa. Da una parte i fanatici borbonici e dall’altra anche non pochi nazionali furono sempre pronti a vendicare vecchie ingiurie o a minacciare a mano armata avversari politici e spesso innocui viandanti, che avevano osato mettersi in viaggio. Dopo la sanguinosa giornata di Civitella Roveto la reazione si estese: fu la volta della Marsica ove divampò la ribellione, alimentata dalle più stravaganti notizie di un prossimo ritorno dei Borboni sul trono di Napoli. Parlamentari avezzanesi venuti a Sora il 12 ottobre si accordarono col colonnello La Grange perché fosse sostituito il Sotto-intendente Vincenzo Falcone con Giacomo Giorgi, nato a Tagliacozzo, ma da tempo residente a Civitella, dove aveva sposato una donna del luogo, appartenente ad una distinta famiglia del paese, Maddalena Villa. Il Giorgi così, un avventuriero spregiudicato e senza scrupoli, diventò l’arbitro, anche se per pochi giorni, della Valle Roveto e della Marsica; egli senza alcun merito fu capace con i suoi intrighi e con la sua audacia di giungere ad alti posti di comando e, terrorizzando le nostre terre, impose pesi alle nostre popolazioni, pretendendo viveri e danaro dai Comuni di Valle Roveto. In una nota inviata dal Comune di Balsorano il 18 gennaio 1861 al Ministero dell’Interno della Luogotenenza di Napoli, trovo la prova delle estorsioni del «sedicente Sotto-intendente Giacomo Giorgi»e del Giudice Regio Pietro Di Lorenzo, i quali costrinsero «i funzionari municipali a pagamenti », pretendendo rispettivamente 40 e 30 ducati. Continua a leggere…

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