Il Castello Ad Lacum Fucinum Espugnato dai Romani nel 346 Avanti Cristo | Storiografia della Valle Roveto

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Virgilio, il più grande poeta della romanità, tra le genti d’Italia esaltate nelle Georgiche, genti che diedero al mondo, sotto la guida dei consoli e dei grandi condottieri di Roma, una superiore civiltà, ricorda al primo posto la nostra gente: i Marsi. Haec genus acre virum, Marsos pubemque Sabellum… Fiera una stirpe ella creò de’ Marsi e de’ Sabelli… Noi però, anche se trasmesse con interrogativi e con riserve dagli storici marsicani, non possiamo accettare le ipotesi sulle origini della gente marsa, come venuta dalla Lidia (Asia Minore) o discendente da Marso, figlio di Circe. E sempre incerte restano le altre etimologie dei Marsi, come derivanti del dio Marte o da Marrone, il leggendario fondatore di Marruvio. Siamo troppo distanti dai primi passi dei popoli, già entrati nella storia, per poterne stabilire le origini, non dico con sicurezza ma almeno con qualche probabilità. Circa tre millenni ci separano da quelle epoche e a noi mancano sfortunatamente gli elementi, che documentino le prime apparizioni dei Marsi nella terra che essi occuparono attorno al Fucino e che tennero poi fino ad oggi, scrivendo con genialità e tenacia, già in possesso da allora delle virtù innate nella loro razza, pagine stupende di laboriosità, di eroismo, di abnegazione, di patriottismo, contribuendo con le altre stirpi abruzzesi a creare il binomio che fu, è e sarà l’orgoglio della nostra terra: la forza e la gentilezza. L’Abruzzo forte e gentile non è stato improvvisato; è invece il lavoro degli anni, dei secoli, dei millenni; è una verità che ha radici remote, che si consolidò solenne con le generazioni e poi si proiettò sicura nell’avvenire. Ad ogni modo, chi proprio ama la leggenda e vuol rivivere il passato, tramandato dall’antichità e reso più attraente dalla fantasia che lo cambiò in mito, potrà sempre esaltarsi leggendo gli storici della Marsica, che bene hanno fatto a nulla trascurare di epoche defunte e a raccogliere come un sacro deposito quanto fu detto e scritto sulle antiche origini dei Marsi. La leggenda, a noi oggi incredibile, rimane sempre un filone, che, pur non scoprendoci molto oro, servirà almeno a darci qualche bagliore, a portarci sulle vie della storia, a dirci come anche la leggenda non sia tutta invenzione o frutto di completa immaginazione, ma racchiuda spesso fondi di verità, i quali, se esagerati dai secoli, conservarono ricordi di una primitiva grandezza e forse una idea delle splendide origini di città e di popoli.

Sarebbe una fortuna poter rifare il corso degli anni e conoscere i primordi della storia della Marsica e particolarmente della Valle Roveto, a partire dagli inizi, seguendo il progresso e lo sviluppo della nostra terra, che gli avi lontani abitarono, quando dava il posto la preistoria alla storia. Purtroppo l’impresa è impossibile e il tentativo che lo storico vorrebbe compiere è destinato a rimanere solo un pio desiderio. Perciò contentiamoci di quel che ci resta e narriamo quanto, con la scorta di notizie attendibili, potrà illuminare le secolari vicende della nostra terra. I Marsi, che anticamente appartennero agli Osci, furono di stirpe sbellica. Essi (ed è questa oggi l’opinione più accettata), sotto la pressione degli Umbri, che già avevano spinto verso sud i Sabini nei secoli precedenti, dall’Italia centrale, attorno al secolo VI a.C., emigrarono nella zona che circonda il lago del Fucino e vi si stanziarono. Non è da escludere che i primi Marsi abbiano fatto parte di un Ver sacrum, di una primavera sacra, del trasferimento cioè di un popolo da una regione ad un’altra, alla ricerca di una sede più fertile e meno abitata. E i Marsi, questi nuovi abitatori della conca del Fucino, trovarono senza dubbio altre popolazioni preesistenti, venute in Italia molti secoli prima durante le remotissime trasmigrazioni dei popoli indo-europei. Cosi gli antichi abitatori si trasferirono in terre più meridionali o si lasciarono assimilare dai Marsi sopraggiunti, pur conservando di questi ultimi nei costumi tracce della loro primitiva civiltà. E dovendo il mio studio fermarsi in particolar modo alla Valle Roveto, mi piace far rivedere con gli occhi della fantasia ai miei lettori le continue emigrazioni, le leggendarie primavere sacre, gli spostamenti frequenti delle popolazioni italiche, che si affacciavano alle porte della storia e percorrevano, con il cuore ricco di speranze e di promesse, la nostra valle, sempre attraversata dal Liri, allora chiamato Clanis, e sempre dominata dal Viperella, dal Viglio, da Monte Pizzodeta e da Monte Cornacchia. I Volsci, scesi anche essi dalla Sabina e sospinti dall’incalzare di nuove genti, avevano già occupato le zone meridionali del Lazio e dei corsi medio e basso del Liri; per cui un dubbio resta, come ho già detto altrove, e a tanta distanza di tempo la questione rimane storicamente insolubile. Ecco il dubbio. L’ultimo lembo meridionale, quello che comprendeva Balsorano (l’antica Vallis Sorana) e il suo territorio adiacente, fece parte anticamente del territorio dei Volsci o dei Marsi?

Il nome di Vallis Sorana è in favore evidentemente dei Volsci; di consequenza permane il dubbio se il territorio di Balsorano sia stato addirittura compreso per qualche tempo nella regione dei Volsci, perché Sora fu sempre città volsca. Nello stesso tempo è verissimo anche che, fin dal Medio Evo, Balsorano, pur continuando a chiamarsi Vallis Sorana e pur restando l’ultimo paese della Valle Roveto e dell’Abruzzo, fece sempre parte della Marsica. Intanto è sempre difficile stabilire dove finisca la leggenda e dove invece cominci la storia. E mentre non sarà mai possibile una separazione netta tra la leggenda e la storia, non è neppure da escludere che, parlando di età lontane, le leggende, facenti parte dell’epica primitiva, celino spesso qualche tradizione, la quale, soggetta in secoli non controllati alla fantasia fertile dei popoli, vagliata in seguito dalla storia, possa riflettere le virtù di tutta una stirpe. Virgilio, elencando i popoli italici, accorsi a difendere Turno e il Lazio contro Enea, sbarcato alle foci del Tevere, con l’intenzione di dare stabile sede alle fuggiasche sue schiere, salvate all’eccidio di Troia, non dimentica i Marsi, anzi ad essi serba un posto preminente. In quell’epica lotta, che i popoli italici sostennero contro Enea, i Marsi furono guidati da una figura di leggenda, dal valorosissimo Umbrone. E i Marsi, noti nell’antichità come forti guerrieri, ben presto divennero alleati di Roma e seguirono i Romani nella loro rapida e prodigiosa espansione in Italia e fuori d’Italia, cooperando con invitte coorti alle fortune di Roma nella conquista di mezzo mondo. Non a caso nasceva e si affermava il motto: nec sine Marsis nec contra Marsos. Roma mai vinse senza i Marsi né contro i Marsi. Non è mio compito seguire i Marsi nelle molteplici imprese, compiute con le legioni romane sotto le mura di Veio nella famosa guerra decennale, nelle guerre contro i Galli, in Oriente, in Occidente o sulle coste africane. Per quanto riguarda i Marsi debbo soltanto accennare; però mi piace dare un mio giudizio su un particolare episodio in varia maniera commentato ed interpretato dagli storici. Tito Livio dunque per molti capitoli del Libro IV narra nel suo stile drammatico la lotta che si svolse con accanimento sempre crescente tra Romani e Volsci. Le ultime vicende dell’aspra lotta si erano svolte così. In aiuto degli Ernici e dei Latini, attaccati dagli Equi e dai Volsci, erano venuti con i loro eserciti i romani. In breve questi ebbero la meglio sui Volsci; poi li inseguirono e, inoltrandosi nel loro territorio che devastarono, riuscirono ad espugnare con la forza un castello presso il lago Fucino; nel castello presero tre mila prigionieri, costringendo gli altri Volsci a rinchiudersi dentro le mura delle loro città e a lasciare indifese le loro campagne.

Ecco le parole dello storico latino:”uno atque facili proemio caesi ad Antium hostes; Victor exercitus depopulatus Volscum agrum, castellum ad lacum Fucinum vi expugnatum atque in eo tria millia hominum capta, ceteris Volscis intra moenia compulsis nec defendentibus agros”. Per giungere nei pressi del lago Fucino , i Romani vittoriosi, che già avevano devastato l’agro volsco, dovettero necessariamente passare per Sora, risalire il corso dell’alto Liri e addentrarsi nella Valle Roveto. Ma quale è il castello espugnato dai Romani nel 346 av. C.? Storici marsicani ed altri ancora, che hanno affrontato la questione, cedettero individuare nel castello di Tito Livio la città di Antino. Ma non sembra per lo meno strano che venga occupata ostilmente dai Romani una città che fu sempre marsa, come risulta dalle iscrizioni delle sue lapidi e da quanto leggiamo in qualche storico latino? Perché i Romani avrebbero portato le armi contro un castello dei Marsi, che in quegli anni erano alleati di Roma? A meno che i Volsci fuggenti, incalzati dalle legioni romane, non abbino cercato un ultimo scampo dentro le mura di Antino, di una città marsa, posta ai confini, o quasi, del loro territorio, o in altro castello scomparso di Valle Roveto, e forse non molto lontano da Antino! E forse, accettando tale versione, potremo spiegare in qualche modo il numero veramente ragguardevole di tremila prigionieri, caduti in mano dei vincitori. E data per probabile questa ipotesi, è proprio da escludersi l’altra ipotesi accennata pocanzi, che il castello presso il Fucino si trovasse in diversa località, oggi difficilmente individuabile, ma anche essa situata in Valle Roveto? Già ho accennato alla possibilità che l’estremo lembo di Valle Roveto, confinante con l’agro sorano, possa aver fatto parte un tempo del territorio dei Volsci. Un castello che si fosse trovato in questa zona, non definita allora come terra dei Marsi, potrebbe con qualche probabilità essere la chiave del difficile passo di Tito Livio. Anche l’espressione “ad lacum Fucinum” potrebbe essere valida per la nostra interpretazione. Per qualunque località di Valle Roveto, specialmente per i paesi posti a sinistra del Liri e lungo le rive del fiume, si poteva dire, senza allontanarsi troppo dal vero, “ad lacum Fucinum”, presso il lago Fucino. Bastava salire sulle cime dei monti, che si innalzano a sinistra del Liri, per avere immediatamente davanti la meravigliosa visione del lago, ora prosciugato. Qualcuno, come Domenico De Sanctis, che ci ha lasciato un’acuta dissertazione, anche se troppo ardita, su Antino, affaccia l’ipotesi che il castello, nominato da Livio, sia da identificarsi con Civitella Roveto. Civitella Roveto, una rocca in quel tempo di Antino, secondo il De Sanctis, corrisponderebbe all’Arx di Tolomeo, che poi in Plinio si è trasformata in Anxantini e che dovrebbe leggersi Arxantini.

Plinio, infatti, tra i popoli marsi colloca anche gli Anxantini, di cui nessuno storico ha mai identificato i confini né trovato il territorio che abitarono, per quanto gli storici marsicani si siano sbizzarriti a tentarlo. Per il De Sanctis, correggendo Anxantini in Arxantini, si avrebbe Arx Antini (rocca di Antino). Civitella Roveto diventerebbe così la difesa di confine di Antino e dei Marsi. E in realtà, studiando i luoghi, non deve essere a priori rigettata la suddetta ipotesi, anche se l’accetteremo con riserva. Civitella Roveto, che in Valle Roveto occupa una posizione centrale ed è situata nel fondo valle su una leggera collina, difesa ai lati da due torrenti, poteva rappresentare per i Marsi, anche se non fu un grosso paese abitato, almeno un primo baluardo di resistenza, capace di sbarrare la strada ad un popolo bellicoso ed irriducibile, come i Volsci, qualora questi avessero tentato assalire o molestare il territorio della Marsica. Come ho sopra accennato, non ancora erano ben definiti, nel tempo di cui parliamo, i confini tra Volsci e Marsi. Potrebbe così risultare meno probabile la versione che vuole Antino il castello ad lacum Fucinum, conquistato dai Romani nel 346 av. C.. E diventa ancora più difficile il credervi, se si pensa che Antino, posta in alto, lontana dal fondo valle e cinta da forti mura, poteva a lungo difendersi e resistere ad improvvisi assalti nemici, da qualunque direzione venissero. E neppure è da scartarsi l’ipotesi che, sempre in fondo alla valle e dove sorge Civitella Roveto, si trovasse l’ultimo castello dei Volsci, espugnato dai Romani. E quale difficoltà vi sarebbe se il castello fosse collocato più a sud di Civitella Roveto? Forse in località non troppo lontana da Balsorano? Si tenga fermo che Balsorano è la corruzione di Valle Sorana, che Sora fu una città volsca e che il territorio di Balsorano poteva benissimo allora appartenere ai Volsci. Non è da meravigliarsi poi se il dittatore P. Cornelio, che inseguì per il loro territorio i Volsci fuggenti, abbia catturato nel castello ad lacum Fucinum ben tre mila prigionieri. Naturalmente il loro numero era aumentato nella fuga, mentre erano alla ricerca dell’ultima salvezza. Perciò, né si può affermare né si deve escludere recisamente che il castellum ad lacum Fucinum del 57° capitolo del IV libro di Tito Livio possa trovarsi nel fondo valle dove sorge Civitella Roveto, o in altro luogo della stessa valle. Il castello poteva benissimo essere sia l’ultima località dei Marsi, adatta a difendersi dai subitanei attacchi dei Volsci, e chiesta in extremis come asilo ai Marsi dai Volsci per sfuggire alla cattura, sia l’ultimo castello del Volsci stessi, dove questi, sconfitti dai Romani, tentarono rifugiarsi nel 346.

Pietra rinvenuta nel 1903 a Civita d’Antino. Come dice l’iscrizione, si tratta di un dono alla dea Angizia, venerata dal popolo marso. La lapide è una prova eloquente dell’esistenza nell’antichita Antino del culto ad Angizia, che Virgilio ricorda nell’Eneide, parlando di Umbrone. Umbrone, il valorisissimo marso, che incantava le idre e le vipere, cadde combattendo nella guerra, sostenuta dai primitivi popoli italici contro Enea. Lo piansero il bosco di Angizia, l’acqua cristallina del Fucino e i liquidi laghi. Te nemus Angitiae, vitrea te Fucinus unda, te liquidi flevere lacus. Virgilio – Eneide: Libro VII; vv. 759-760. In più di una lapide dell’antica Antino si accenna al Collegio dei dendrofori, che da me saranno ricordati nel capitolo VII di questo studio. Ora anche a Lucus Angitiae esistevano i dendrofori, incaricati di portare legna nel famoso tempio di Angizia, perchè non mancasse mai il fuoco sacro. Non potrebbero avere avuto i dendrofori Antinati lo stesso ufficio dei dendrofoti LUcensi per il culto della dea marsa? Al termine della questione storica, a cui ci ha costretti il breve cenno di Tito Livio sul castello ad lacum Fucinum, non ci rimane che ricordare l’altra versione che molti storici accettano. Confuse forse il sommo storico di Roma la città volsca di Antium con Antino, città marsa, quando narra che un castello presso il lago del Fucino fu espugnato dai Romani? Ma Anzio (Antium) anzitutto non è nelle vicinanze del Fucino: ad lacum Fucinum! E dato e non concesso che furono scambiati, per mancata diligenza nello studio accurato delle fonti storiche, e forse confusi, data la somiglianza e quasi la omonimia delle due località, Antium ed Antinum, il Fucino era troppo noto per essere stranamente avvicinato ad Anzio da uno storico, come Tito Livio! Inoltre, e lo dirò anche un’altra volta in questo libro, io sono quasi convinto che Antino era voce indeclinabile e difficilmente poteva essere scambiata con Antino! E poi, analizzando attentamente il testo dello storico romano, non vi può essere stata confusione. Tito Livio ci parla di tre momenti della lotta tra Romani e Volsci. Primo momento: sconfitta dei Volsci ad Anzio, uno atque facili proemio caesi ad Antium hostes. La seconda fase fu l’inseguimento dei Volsci attraverso il loro territorio: Victor exercitus depopulatus Volscum agrum. Ultimo atto della guerra: espugnazione del castello presso il Fucino, castellum ad lacum Fucinum vi expugnatum atque in eo tria millia hominum capta. Il castello, espugnato presso il lago Fucino, è un secondo episodio della stessa guerra e ben distinto dal primo episodio, posteriore nel tempo alla sconfitta di Anzio. Dopo quanto è stato detto, concludo che se Tito Livio ci ha tramandato un episodio veramente avvenuto, e pensiamo di poterlo credere, avendo egli attinto a fonti contemporanee ai fatti narrati, il castello ad lacum Fucinum, pur nell’incertezza di assegnargli una località ben definita, potrebbe trovarsi in Valle Roveto. Con l’accenno di Tito Livio, la Valle Roveto entra forse nel campo della storia e comincia a narrarci, anche se saltuariamente, le vicende che l’accompagnarono nel faticoso e duro cammino dei secoli e deo popoli. Una cosa è certa: nel 345 a. C. la città volsca di Sora era già in mano di Roma. I fatti dell’anno precedente che riguardano il castello ad lacum Fucinum erano già un motivo dei Romani ai Volsci. L’intenzione di Roma era chiara: voleva impadronirsi della Valle del Liri, trampolino di lancio alla conquista di tutta l’Italia centrale.  (Note sull’autore e copyleft)  Storiografia della Valle Roveto | Ritorna all’indice

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