Il Secolo XII e il Catalogo dei Baroni | Storiografia della Valle Roveto

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All’inizio del XII secolo continua l’influenza di Montecassino in Valle Roveto; Pasquale II (1113) e Callisto II (1123) riconfermano ancora a Montecassino i possessi del monastero nei nostri paesi. Nelle Bolle dei precedenti pontefici erano stati sempre nominati, con gli altri beni del monastero cassinese, S. Benedetto a Pascusano, S. Pietro in Morino e S. Angelo di Pescocanale. Avendo accennato a Pasquale II (1099-1118), non posso non ricordare il Privilegio che questo Pontefice inviò il 9 febbraio del 1110 al vescovo sorano, Goffredo (o Roffredo), per la delimitazione dei confini della diocesi di Sora. Da quella pergamena oggi perduta, ove era trascritta l’autentica lettera apostolica, già illeggibile e consumata ai tempi dell’Ughelli, risultava che i confini della diocesi sorana erano presso a poco quelli di oggi. La Bolla presentava però molte lacune e così non conosciamo tutte le parrocchie e le chiese nominate nel documento: esse ci avrebbero indirizzato facilmente a ricostruire la situazione ecclesiastica della valle. Intanto nella Bolla di Pasquale II sono ricordate le chiese di S. Pietro e di S. Donato in Valle Sorana, la plebe di S. Maria (plebe è lo stesso di pieve o parrocchia), e una chiesa di S. Savino. Ora le chiese di S. Pietro e di S. Donato in Balsorano (la medioevale Valle Sorana) sono documentate anche in altre fonti, per cui non abbiamo alcuna difficoltà nell’individuarle. Né dovrebbe esistere dubbio per la chiesa di S. Savino: si tratta certamente dell’antichissima chiesa, esistente a 800 metri sul livello del mare, a poche centinaia di metri da Meta. I beni di questa chiesa furono in seguito aggregati alla Mensa Vescovile di Sora, come risulta dall’Archivio vescovile sorano e da esplicita dichiarazione del vescovo sorano Girolamo Giovannelli (1609–1632), che, nel 1617, dopo una visita pastorale nel paese di Meta, visitò i miseri ruderi della vecchia chiesa di S. Savino, ormai diventata una stalla. Anche oggi la località, abitata da poche famiglie e sempre in territorio di Meta, ha conservato il nome di S. Savino. E in questo luogo sorgeva la chiesa. Invece diventa di difficile individuazione la plebe o pieve di S. Maria. Si tratta della chiesa di S. Maria donata nel 1089 a Montecassino in territorio di Morrea, ovvero di un’altra, che ebbe lo stesso titolo, come la chiesa di S. Maria in Morino, o di un’altra ancora, di cui purtroppo nessun documento ci è prevenuto?

Dal Privilegio di Pasquale II ricaviamo una verità che non ammette incertezze: la Valle Roveto faceva parte della diocesi di Sora, in quanto le chiese, che la Bolla pontificia ricorda, e che io ho citate, si trovano nel territorio della Valle. Ma c’è di più. In un’altra Bolla dello stesso Pontefice, diretta nel 1115 al vescovo dei Marsi, S. Berardo, della famiglia dei conti marsicani, troviamo ai confini delle diocesi di Sora e di S. Rufino (dei Marsi) anche Pesculum Canalis. Fin da allora era Pescocanale nella linea di confine fra le diocesi dei Marsi e di Sora. Tutto fa pensare che quella delimitazione di confini si fondò su un’antica tradizione e su secolari diritti. Finora si è sempre parlato di influenza di Montecassino sulla Valle Roveto. Tuttavia non furono solo i monaci di questo monastero a possedere beni e chiese nella nostra valle. Infatti, è scritto nel Chronicon Sublacense che anche il monastero di Subiaco possedeva in Valle Sorana (Balsorano) la chiesa di S. Paolo ed altre tre chiese. Anche oggi esiste in territorio di Roccavivi, facente parte molto probabilmente in quella epoca di Valle Sorana, la località di S. Paolo, che, oltre ad avere avuto una chiesa, era certo una piccola borgata, come dirò nel capitolo seguente, nel secolo XIII. Oltre a Pasquale II e a Callisto II, anche Alessandro III (1169) e Clemente III (1198) riconobbero a Monteccassino le chiese e i beni posseduti in Valle Roveto. Analoghi riconoscimenti si ebbero da parte della Santa Sede per i beni posseduti da Subiaco.Tuttavia noi non leggiamo soltanto nei documenti pontifici i nomi delle nostre terre, ma li leggiamo con frequenza anche nei diplomi imperiali. Importante soprattutto rimane quello di Lotario III del 1137. Ed ora ritorniamo alle vicende storiche del secolo. Nel 1143 i figli di Ruggero, re di Sicilia, occuparono la Marsica. Ormai i Normanni erano diventati i nuovi padroni dell’Italia meridionale. Per quanto riguarda l’Abruzzo, essi ebbero buon giuoco, approfittando dei dissensi e delle divisioni esistenti nelle antiche contee della nostra regione. Dopo la conquista della Campania fino a Sora e dopo le incursioni normanne nella Marittima e nelle terre pontificie, giunse il turno della Marsica. La Valle Roveto conobbe certamente per prima la nuova invasione e i nuovi signori. Molto confusa e incerta è la situazione politica in Italia. Devastazione ed incendi a ripetizione si succedono in Campania, in Abruzzo e nel Lazio. E i cittadini indifesi vivono per anni ed anni sotto l’incubo della paura e della rappresaglia. Per Roma e per l’Italia centrale è fosco il periodo storico.

L’imperatore Federico I in contrasto con il Papa; il Senato di Roma in aspra lotta, ora col Papa, ora con l’Imperatore; una serie di antipapi è opposta dagli imperatori ai legittimi pontefici; il re di Sicilia, divenuto difensore dei papi, dopo averli nel passato combattuti, tiene in agitazione a causa dei suoi baroni, il vasto Regno, quello che sarà per territorio il futuro Regno di Napoli e di Sicilia. Intanto a questo Regno di Sicilia rivolge sempre lo sguardo il Barbarossa, per rivendicarne i diritti, a nome del Sacro Romano Impero, di cui egli è investito. Furono lunghi anni di discordia, di guerre, di pestilenze, di crisi politiche che fecero sentire i lori tristi effetti anche in Valle Roveto. Questa zona di passaggio continuò a vedere truppe ed eserciti trasferirsi da un luogo all’altro del suo territorio; quegli eserciti con la loro presenza aggravarono il disagio di una terra povera per natura. Agli eventi bellici, che tennero in allarme le terre tutte d’Italia, si aggiunsero spesso calamità e disastri. A questo proposito non si può non ricordare il rigido inverno del 1167-1168: alcuni mesi di freddo straordinario, per cui gelò perfino il lago Fucino, oltre alla peste dell’anno precedente che aveva in Roma decimato anche l’esercito di Federico Barbarossa. Tornando ai Normanni, è opportuno ricordare per chiarezza che l’Abruzzo aquilano, comprendente la Marsica e Valle Roveto, appartenne dopo la conquista normanna, ai Normanni del Principato di Capua (de Principatu), mentre l’Abruzzo, situato oltre la Maiella e il Gransasso, venne a dipendere dal Ducato normanno di Puglia (de Ducatu). Infatti, i Normanni di Capua avevano occupato, venendo dalla Campania, Valle Roveto, la Marsica e la provincia aquilana, lasciando ai Normanni di Puglia occupare il resto d’Abruzzo. Riunite in seguito le varie province normanne, il re di Sicilia fu anche duca di Puglia e principe di Capua. Uno dei documenti normanni più antichi, riguardante la nostra regione, rimane il diploma di Ruggero I in favore del vescovo forconese Berardo del 1147, e confermato, nel 1204, da Innocenzo III. Il diploma concedeva al vescovo Berardo la facoltà di edificare un castello nella diocesi di Forcona, a cui poi più tardi successe l’archidiocesi dell’Aquila. Ora per Valle Roveto le notizie si fanno più frequenti. Appare per la prima volta in una Bolla di Alessandro III del 1170, in favore del monastero di Calamari, la chiesa di S. Vincenzo in Valle Orbevetana (Valle Roveto). E penso che sia di grande interesse storico la notizia del passaggio per la Valle Roveto (per Vallem Orbeti) del Papa Lucio III, che si recava, nel 1184, nell’Italia settentrionale onde incontrarsi a Verona con Federico I. Lo stesso Papa Lucio III aveva con una sua Bolla, nel 1183, riconosciuto beni e chiese alla Parrocchia di S. Stefano in Civita d’Antino. Ma il documento che ci offre un quadro abbastanza completo di Valle Roveto resta senz’altro il famoso Catalogo dei Baroni del 1173.

La Valle Roveto fece parte della Contea dei Marsi. In seguito, Ruggero, un figlio del conte dei Marsi, Berardo VI (1125-1169), fu il primo conte autonomo di Albe-Tagliacozzo. E proprio a questo Ruggero ubbidirono i paesi di Valle Roveto, mentre ad un altro figlio dello stesso Berardo VI toccò la Contea di Celano, dando inizio alla dinastia dei conti di Celano. Fu una fortuna per la Valle Roveto, di cui la storia è stata troppo spesso matrigna, il famoso Catalogo dei Baroni, redatto sotto Guglielmo II, il re normanno che regnò dal 1166 al 1189, prima dell’avvento degli Svevi al Regno di Sicilia e di Napoli. E’ un documento preziosissimo, che enumera e fissa i paesi della Valle Roveto, già esistenti in quel lontano secolo XII, e che poi, salvo i pochi nuovi gruppi di case sorti nel fondo della valle in seguito allo smembramento degli antichi Comuni dopo il terremoto del 13 gennaio 1915, sono rimasti gli stessi anche oggi, nel 1966: presso a poco quelli 1173. Ritengo opportuno, per tutti gli studiosi e specialmente per chiunque ha il desiderio di conoscere le vicende storiche della nostra terra, riportare completa la pagina (la pagina s’intende che riguarda la sola Valle Roveto) di questo Catalogo, che, redatto al tempo di Guglielmo II nel 1173 e ritrascritto attorno al 1300, giunse fino a noi: esso fu ristampato prima dal Borelli, dal Fimiani poi nel 1787 e infine da Giuseppe Del Giudice nel secolo scorso. Io l’ho preso dal Fimiani che lo fa precedere da uno studio sui feudi. Per maggior chiarezza riporto del Catalogo anche alcuni paragrafi, che non riguardano propriamente la Valle Roveto: la quale, in quell’epoca, come tutto l’Abruzzo, faceva parte del Principato di Capua e del Ducato di Puglia, di quel Ducatus Apuliae, di cui era re Guglielmo II di Sicilia; quei titoli restano ai sovrani, succeduti ai Normanni nell’Italia meridionale con le dinastie sveve, angioine ed aragonesi. Ed ecco il documento latino: De Valle Marsi Principatus de eadem Comestabulia. 1105. Comes Raynaldus de Celano, sicut dixit, tenet Celanum in Marsi, quod est feudum XII militum, et Focem in Marsi, quod est feudum IV militum, et Agellum, quod est feudum III militum, et Piscinam, quod est feudum VIII militum, Venerem, quod est feudum V militum, et Vicum, quod est II militum, et Gorianum Siccum in Balba quod est III militum, et Asculum, quod est I militis, et Ortonam, quod est feudum VIII militum. Una sunt de proprio feudo demanii praedicti Comitis milites LIV et cum aumento demanii sui obtulit milites CVIII. Isti tenent de praedicto Comite Raynaldo de Celano. 1107. Rogerius de Celano, sicut dixit praedictus Comes, tenet in Balba Cocculum, quod est feudum III militum et cum aumento obtulit milites VI. 1108. Sichemali, et frater eius Rogerius tenet Sichemalem, et Gorianum in Balba, quae sunt feuda III militum et cum augmento obtulerunt milites VI. 1109. Raynaldus Molini tenet in Balba Molinum, quod, sicut dixit praedictus Comes, est feudum I militis, et cum augmento obtulit milites II. Una sunt de propriis servitii praedicti Comitis Raynaldi milites VIII et cum augmento obtulit milites XVI. Una demanii et servitii praedicti Comitis Raynaldi Celanensis sunt de propriis feudis milites LXXII et augmentum sunt CXXIV et serviente CC cum servientibus Baronum suorum. 1110. Comes Rogerius de Albe dixit quod tenet in Marsi in demanio Albe, quod est feudum VII militum, et Castellum Novum in Marsi, quod est I militis, et Paternum in Marsi, quod est feudum III militum, et Petram Aquarum in Marsi, quod est feudum V militum, et Tresacco, et hoc quod tenet in Luco, sunt feuda VI militum, et Capranicum, quod est feudum I militum, et Pesclum Canalem in Marsi, quod est feudum II militum, et Carcerem in Marsi, quod est feudum VI militum una cum Podio Sancti Blasii. Et Dispendium in Marsi, quod est feudum I militis et dimidii. Hii omes praedicti milites, et praefata Castella sunt in Marsi. Una de prorpio feudo praedicti Comitis Berardi de Albe sunt milites XL et cum augmento obtulit milites LXXX et servientes C. 1111. Haec sunt Castella, quae tenet praedictus Comes in servitio : Vallem Soranam et Collem Erectum, quae sunt feuda IV militum, et Roccam Vivi, quae est II militum, et Morream, quae est II militum, et Civitatem Antimi, quae est IV militum, et Rodemaram, et Castellum Gualterii, quae sunt feuda III militum, et Civitellam, quae est feudum II militum, et Morinum, quod est III militum, et Metam, quae est I militis, et Collem Longum et Roccam de Cerri, quae sunt feuda IV militum. Haec omnia Castella sunt in Marsi. 1112. Raul de Falascosa tenet ab eodem Comite, sicut dixit, feudum III militum. Una sunt de propriis feudis, et servitio praedicti Comitis Bernardi milites XXIII et augmentum milites XXXI. Una inter feuda et augmentum servitii sunt milites LIX et servientes C. Una demanii et servitii praedicti Comitis sunt de propriis feudis milites LXVIII et augmentum sunt milites LXXI inter feuda, et augmentum servitii obtulit praedictus Comes milites LXXXIV et servientes CC. Et si necessitas fuerit in marchia, et in provincia illa, habebit universam gentem suam. Valle Marsi Principatus de eadem Comestabulia. 1113. Symeon Capistrellus dixit, quod tenet in Marsi medietatem Castuli quod est feudum II militum, et Soe, quod est feudum II militum, et Templum in Marsi, quod est feudum I militi set Sparnassum quod est feudum I militis, et Visignum, quod est feudum III militum. Haec sunt Castella in Marsi. Una sunt de proprio feudo suo milites IX et augmentum eius sunt milites X. Una inter feuda et augmentum obtulit milites XVIII et servientes XX. 1114. Crescentius Capistrelli frater iam dicti Symonis tenet, sicut dixit, Capistrellum, quod est in Marsi, et est feudum III militum, et medietatem Castuli, quod est feudum, et Archipetram, quae est I militis, et Canistrum, quod est feudum I militis. Una sunt feuda militum IX et augmentum eius sunt x milites. Una inter feuda et augmentum obtulit milites XIX et servientes XX.

Nel Catalogo troviamo Valle Sorana, Colle Eretto, Roccavivi, Morrea, Rendinara, Castel Gualtieri, Civita d’Antino, Morino, Civitella, Meta, Canistro e Pescocanale. Tranne qualche insignificante diversità di grafica, dovuta ad errori di trascrizione, i paesi sono tutti identificabili con quelli ancor oggi situati a destra e a sinistra del Liri, per tutta la lunghezza della valle. Mentre però Castel Gualtieri è senza dubbio il paesello che poi si chiamerà Castello Nuovo o Castronuovo, non diventa invece altrettanto facile l’identificazione della località che nel Catalogo dei Baroni porta il nome di Colle Eretto. Due paesi, situati in alto, alla sinistra del Liri, tra Balsorano e Morrea, non vengono elencati nel Catalogo: S. Vincenzo e S. Giovanni. Quale dei due potrebbe essere Colle Eretto? Non abbiamo altri riferimenti e neppure una documentazione che possa darci una risposta alla domanda; ma io penso che Colle Eretto sorgesse nella località che fu conosciuta in seguito, e fino ad oggi, col nome di S. Giovanni. In un Registro del 1358, conservato nell’Archivio segreto vaticano, la località di S. Giovanni è detta S. Ioannes de Collibus. In esso potremmo intravedere la soluzione: vi è un accenno forse al nome antico (de Collibus, già Colle Eretto) poi c’è il nome posteriore, che ha mantenuto fino ai giorni nostri, di S. Giovanni: un tempo S. Ioannes. Invece è evidente l’errore di trascrizione di Rodemara al posto di Rendinara, e Civitatem Antimi al posto di Civitatem Antini. Balsorano è l’antica Vallis Sorana: nome documentato fin dal secolo IX, per cui l’attuale denominazione non è altro che la corruzione del nome medioevale. Tutti i Castelli di Valle Roveto erano feudi della Contea d’Albe, che a sua volta aveva qualche dipendenza dalla Contea di Celano. Conte d’Albe era nel 1173 Ruggero de Albe. Ruggero de Albe aveva in feudo anche il paese di Pescocanale, mentre Canistro apparteneva a Crescenzo di Capistrello, fratello di Simone. Una constatazione bisogna fare dopo lo studio del documento di Guglielmo II il normanno: tutti i paesi che da Balsorano risalgono di qua e di là il corso del Liri fino a Pescocanale, compresi oggi nella Valle Roveto, fecero parte, nel secolo XIII, della Marsica (in Marsi); l’ho accennato già altrove. Inoltre, se Pescocanale fu castello di proprio feudo dell’anzidetto Ruggero, conte d’Albe, gli altri castelli di Valle Roveto furono tenuti in servizi dallo stesso conte Ruggero. Quali le popolazioni dei nostri paesi all’epoca di Guglielmo II, re di Sicilia? Secondo il computo tradizionale di assegnare 24 famiglie per soldato, potrebbero essere stati i seguenti gli abitanti di ciascun paese nel 1173. Valle Sorana (Balsorano) e Colle Eretto (forse S. Giovanni), feudi di 4 soldati, avevano forse 96 famiglie e perciò complessivamente circa 500 abitanti; Roccavivi, Morrea, Civitella e Pescocanale, feudi di 2 soldati ciascuno, 48 famiglie e circa 250 abitanti per paese; Morino, feudo di 3 soldati, 72 famiglie e 375 abitanti; Meta e Canistro, feudi di un solo soldato, 24 famiglie e 125 abitanti per ciascuno dei due castelli; Rodemara (Rendinara) e Castel Gualtieri (Castronovo), feudi di 3 soldati, 72 famiglie e perciò complessivamente 375 abitanti; infine Civita d’Antino, feudo di 4 soldati, 96 famiglie e 500 abitanti. Quest’ultimo è il paese più popolato e certamente il più importante della valle.

L’antica tradizione e il suo passato avevano ancora il loro valore. Solo più tardi iniziò la decadenza storica e demografica di Civita a beneficio di altri paesi della valle, situati in posizioni più favorevoli. E torniamo al nostro documento. Da esso risulta che Ruggero d’Albe offrì al suo sovrano, Guglielmo II di Sicilia, nella spedizione di Terrasanta, 80 soldati e 100 servitori in servizio, (tutti i castelli di Valle Roveto, Collelongo e Rocca de’ Cerri), Ruggero offrì al re di Sicilia 134 soldati e 200 servitori. Non si tiene conto in questa somma del contingente dato dal castello di Canistro, compreso con i soldati e con i servitori di Crescenzo di Capistrello. Crociata (1096-1099), soldati italiani, guidati da Boemondo e da Tancredi, principi normanni, avevano preso parte alla conquista del Sento Sepolcro. Poi, caduto il grande entusiasmo che aveva sospinto i popoli di Europa alla vittoriosa impresa, subentrare le ambizioni dei re cristiani, solleciti più dei loro interessi temporali che dell’ideale religioso, oltre ai sospetti della corte di Bisanzio, gli Arabi e i Turchi, profittando delle discordie, dei gravi dissensi e dell’egoismo dei principi europei, si fecero per tutto il secolo XII minacciosi, e giunsero, al tempo di Guglielmo II, dopo aver metodicamente riconquistato quasi tutto il territorio del regno di Gerusalemme, alle porte della Città santa. A nulla valsero gli appelli accorati dei Papi e le voci isolate dei Santi; invano attendeva Gerusalemme un valido aiuto. Siria ed Egitto alleati avevano cinto con un cerchio di ferro e di fuoco la città, che, dopo strenua resistenza, cadde nel 1187. Dopo il fallimento della seconda Crociata (1149) e prima della caduta di Gerusalemme (1187), anche Guglielmo II, fra gli altri principi europei, aveva preparato un esercito e il Catalogo dei Baroni fu ordinato proprio in quegli anni. Guglielmo sognava imprese e gloria, e già dal 1174 aveva tentato con una flotta l’assedio di Alessandria d’Egitto. Chi può oggi ritenere improbabile l’ipotesi che anche soldati di Valle Roveto abbiano partecipato a quella spedizione? Non fu ordinato l’anno precedente, nel 1173, il Catalogo dei Baroni, e non fu chiesto, proprio in tale circostanza, dal re di Sicilia l’aumento dei soldati che ciascun barone avrebbe dovuto inviargli per la progettata spedizione in Terrasanta? Il re normanno perseguì fino alla morte l’idea di tornare alla liberazione di Gerusalemme. Nel 1188, dopo un anno appena dalla caduta di Gerusalemme, Guglielmo mandò in Oriente con una flotta il suo ammiraglio Margarit onde impedire al Saladino l’occupazione di Tripoli. Fu essa l’ultima impresa dell’intraprendente re normanno, sorpreso da morte immatura nel 1189. Ho voluto di proposito fermarmi più lungamente a rievocare la figura di questo sovrano, non solo perché il suo Catalogo ci fa ricordare con dati certi la nostra valle nel lontano secolo XII, ma anche perché Guglielmo offrì a molti nostri antenati l’occasione di vestire la gloriosa divisa del crociato e combattere per un sacro ideale. Alla sua morte si estingueva anche il ramo maschile della dinastia normanna e si affacciava sullo scenario della storia del Mezzogiorno d’Italia la Casa sveva. Enrico VI, figlio del Barbarossa, divenne di diritto re di Sicilia, quale consorte di Costanza d’Altavilla, zia del morto re, figlia di Ruggero II ed erede, riconosciuta anche dai vassalli di Guglielmo II, del trono normanno. Enrico VI però, che solo nel 1194 aveva potuto impadronirsi del Regno, moriva improvvisamente a soli 32 anni nel1197, lasciando la pesante eredità dell’Impero e del Regno di Sicilia al piccolo Federico II. Mi piace chiudere il capitolo con un chiarimento, d’importanza storica per tutta la regione abruzzese.

Soltanto in questo secolo, il XII, si afferma anche per le province dell’Aquila, Chieti e Pescara la denominazione di “Abruzzo”. Prima di allora semplicemente l Tramano veniva indicato con questo nome: lo provano i vescovi di Teramo, che furono e saranno chiamati aprutini, della regione cioè dell’Aprutium. E siccome la regione aprutina si trovava agli estremi confini del Regno di Sicilia, e nei documenti era invalso l’uso di significare le terre del Teatino, dell’Aquilano, dei territori di Valva e della Marsica come poste verso l’Aprutium, oppure in partibus o in finibus Aprutii, a poco a poco il vocabolo Aprutium ebbe il sopravvento e fu esteso a tutta la regione che oggi in geografia porta il nome di Abruzzo. Così l’Abruzzo odierno corrisponde quasi ai sette Comitati o contee medioevali, dipendenti un tempo dal Ducato di Spoleto. I Comitati avevano quasi la stessa estensione delle sette antiche diocesi di Amiterno, Forcona, Marsi, Valva, Teate, Penne e Aprutium. E mentre le diocesi di Amiterno (S. Vittorino) e di Forcona (Civita di Bagno) furono riunite, cessando di esistere, nella nuova archidiocesi di Aquila (sec. XIII), le altre cinque sono rispettivamente le attuali diocesi di Avezzano (o dei Marsi)di Valva e Sulmona, di Chieti, di Pescara-Penne e di Teramo. Il Catalogo dei Baroni che pare sia stato, dopo recenti studi, il complesso di quaderni diversi, compilati in epoche diverse, anche se non troppo lontane l’una dall’altra, assegna, come è stato detto, la Valle Roveto al conte d’Albe Ruggero, il quale a sua volta ubbidiva ai conti di Celano. Dopo il 1191, anno dell’incoronazione di Enrico VI, i conti di Celano occuperanno nelle vicende del Regno di Sicilia un posto preminente e la Valle Roveto diverrà una delle vie degli imperatori. E’ quanto esporrò rapidamente nel capitolo seguente.  (Note sull’autore e copyleft)  Storiografia della Valle Roveto | Ritorna all’indice

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