L’apocalisse dimenticata del fotoreporter Ennio Iacobucci

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Lodevole iniziativa culturale svoltasi all’inizio di giugno 2013 nel comune di San Vincenzo Valle Roveto, in cui l’amministrazione insieme alla Pro Loco di Morrea, ha doverosamente ricordato, con la messa in scena di un dramma in 5 atti e un dvd dal titolo “L’apocalisse di Ennio Iacobucci” (a cura  di Graziano Di Rocco) la singolare e purtroppo quasi dimenticata, vicenda umana del fotoreporter Ennio Iacobucci nativo della Valle Roveto. Biografia - Ennio Iacobucci nasce a Morrea nel 1940. La famiglia è poverissima. Prestissimo si richiede il suo ricovero presso un brefotrofio prima, e poi in un collegio. E’ la prima vera discesa verso l’inferno. 

Il bimbo cresce senza il calore familiare, senza l’amore materno, senza una carezza, senza un solo bacetto per la buona notte. Per il piccolo Ennio solo punizioni e mortificazioni materiali e spirituali inflitte dagli assistenti senza “ anima “. Appena adolescente ritorna al borgo natio. La povertà è sempre squallida. La madre, anche se una donna molto robusta, viene chiamata solo saltuariamente per lavori domestici, agricoli o nelle stalle. E’ ricompensata con poche cibarie o con poche lire. D’altra parte l’indigenza della gente del posto è generale. Così, dopo la mietitura del grano e la raccolta delle patate, la povera mamma, scavalcando a piedi la montagna, va nella immensa piana del Fucino a raccogliere le spighe e le patate piccole o tagliuzzate abbandonate nei campi. Ennio si offre come guardiano di pecore e di capre per un tozzo di pane di granturco e per una ciotola di siero con poca ricotta. Sulle balze dei monti vicini i suoi occhi non riescono a cogliere la bellezza del panorama della valle. Il suo cuore è insensibile al miracolo della natura che lo circonda e che si rinnova in ogni stagione.

Il suo corpo è pieno di ferite indelebili. Niente e nessuno può colmare un abisso incolmabile. Poi un labile raggio di luce. Un compaesano lo conduce a Roma a lavorare nel suo negozio di lustrascarpe. Un giorno, è il 1960, anno delle Olimpiadi di Roma, entra e si siede sulla scranna del negozio il reporter inglese Derek Wilson. Il giornalista rimane folgorato dalla naturale bellezza del giovane sciuscià , specialmente per gli occhi neri pieni di luce. Ecco, allora, l’audace e interessata proposta: “ Perché fai questo umile lavoro? Vieni via con me in Inghilterra. Imparerai le lingue e il bellissimo lavoro di fotoreporter “. Ennio accetta. Saluta il suo caro e buon Samaritano, soprannominato “ Cannolicchio”, e parte per lidi lontani. In poco tempo impara bene l’inglese e il francese. Impara a usare con assoluta destrezza la macchina fotografica avuta in dono. Segue sempre da presso il suo pigmalione Wilson, reporter di varie prestigiose testate giornalistiche: France Press, New York Times, Time,Newsweek, Reuters, Daily Telegraph, Paris Match. L’avventura nel mondo delle “ foto drammatiche dal vero “ del giovane di Morrea è senza limiti. Niente e nessuno può fermarlo. Come aquila rapace e ardita vola da una parte all’altra, in vari continenti, dove infuriano le guerre e le lotte fratricide. Ennio fissa per sempre tutte le crudeltà umane con il diabolico obiettivo. E’ guidato da quell’istinto malvagio che hanno seminato e fatto crescere nel suo cuore e nella sua mente le ingiustizie subite nel collegio, durante la fanciullezza e nei primi anni dell’adolescenza.

Nel 1967 scoppia la guerra dei sei giorni. Vola in Palestina con l’amico giornalista inglese. Ritrae brandelli di umanità sbranata, sofferente, umiliata negli ospedali improvvisati, tra i profughi, tra i prigionieri. Sente il ruggito della bestia. Ricorda l’ammonimento biblico “ abyssus abyssum vocat “. Ennio non si ferma più. Nel 1968 si tuffa nelle bolge infernali del Vietnam. Ha come ali protettrici l’amico Derek Wilson e la giornalista italiana Oriana Fallaci. Corre da una parte all’altra dove più atroce è lo sterminio, dove l’infamia e la crudeltà trasformano i soldati di tutti gli schieramenti in belve assassine. Conosce i meandri della giungla, i sentieri nascosti di Ho Chi Min. Fotografa le orribili mutilazioni, le torture, le umiliazioni, i tiri al volo sui bambini, le macabre oscenità partorite dalle bombe al napalm, la desertificazione della terra, le trasfigurazioni dei corpi causate dai gas nervini e asfissianti, i volti dei soldati disfatti dall’alcool e dalle droghe, le pazzie incipienti, i suicidi. Vola dal Vietnam al Laos, alla Cambogia dove, il 17 aprile 1975, è il solo fotoreporter a riprendere la conquista della capitale Phnompenh da parte dei Khmer Rossi di Pol Pot. Il suo ritorno a Roma è drammatico. Si ritrova solo nella povera casa di una povera borgata. Egli, il grande fotoreporter, è solo e senza lavoro. Bussa a molti portoni dei palazzi di varie testate giornalistiche, in parte beneficiate dal suo pericoloso lavoro. Nessuno gli apre la porta. La giovane e ricca compagna vietnamita lo abbandona al suo destino. E’ disperato. Sente di nuovo il ruggito della bestia. “ Abyssus abyssum vocat “. Una mattina pone fine alla sua esistenza nella cantina dell’abitazione. Ennio, il nostro caro amico e compaesano, ha bevuto fino all’ultima goccia il veleno propinato da una società corrotta e corruttrice. (Graziano Di Rocco)

Le tenebre, la luce, la caduta. (Prefazione di Romolo Liberale al dramma “L’apocalisse di Ennio Iacobucci”)

L’abisso dei patimenti, la risalita e il conforto del riscatto, il sapere e l’eccelsa professionalità, la caduta e il suicidio. Ecco l’angosciante parabola di una esistenza che si scontra con un mondo di negazioni, di ipocrisie, di ingratitudini. Tuttavia, un mondo segnato da un nobile gesto di solidarietà che ripaga antiche frustrazioni e apre ad un umile lustrascarpe la via della rigenerazione umana e sociale col vincolo di una riconosciuta professionalità. Graziano Di Rocco si è tuffato in questo mondo per ritessere – in una pièce nella quale coinvolgere ragazzi delle scuole medie, dei licei, degli istituti superiori – tutti i risvolti di una avventura nella quale un povero pastorello di Morrea si rivelerà provetto maestro della macchina fotografica.

Graziano fa tutto questo evocando momenti e fatti della storia mondiale che ha figliato nuovi assetti della scena geo-politica dove il “sonno della ragione” lasciava spazi alle armi, alle guerre, ai lutti, alle devastazioni materiali e morali di intere generazioni. E spazia, Graziano, per le praterie della memoria dalle quali, specialmente i giovani, apprenderanno del conflitto israelo-palestinese in una terra “tre volte santa” segnata dalla maledizione di un destino senza pace; apprenderanno della sconfitta inflitta ai francesi a Dien Bien Phu da un esercito di contadini guidati dal mitico generale Giap; apprenderanno della sconfitta del potente esercito americano, della sua fuga, e della riunificazione nazionale di un paese già dissanguato da un colonialismo quanto mai avido e feroce; apprenderanno che fu la macchina fotografica di Ennio Jacobucci a raccontare al mondo le mille e mille crudeltà che ogni guerra porta con sé.

Come mai il povero pastorello di Morrea diviene un gigante dell’obbiettivo fotografico? Graziano Di Rocco lo testimonia con una ricognizione in forma di pièce che non solo coinvolge emotivamente, ma stimola meditazioni intorno alla mutevole condizione umana nella quale sono presenti piú ombre che luci. Una di queste luci appartiene alla sensibilità umana, alla generosità, alla capacità di cogliere negli occhi e nelle mani di un piccolo lustrascarpe le potenzialità di una crescita che è, nello stesso tempo, intellettiva e professionale. Vedendolo curvo a lustrare le sue scarpe, Derek, il generoso e affermato reporter inglese, intuisce che al piccolo Ennio tocca un destino diverso, lo emancipa dalla botteguccia, e se lo porta con sé a conoscere il mondo, a interrogare la realtà, a documentare con l’obbiettivo quel che l’occhio e l’anima percepiscono per farne testimonianza del loro tempo. E sotto la guida del maestro inglese, Ennio cresce come uomo e come stimato professionista. È maturo. E si avventura nei teatri di guerra che dalla Palestina – terra rubata ad un popolo e crocevia delle tre religioni monoteistiche del Dio unico che dovrebbero ispirare sentimenti e condizioni di pace – vola nella terra vietnamita di Ho Chi Min, vola nel cuore della tragedia cambogiana, e poi nel Laos.

Mente scrivo mi sovviene il racconto che mi fu fatto tanto tempo fa a Pescasseroli dove il pastorello Cesidio Giovanni Di Pirro, conosciuto da un mecenate, viene strappato alle fatiche dei pascoli e della transumanza, aiutato negli studi, finché si laurea in materie scientifiche inerenti le telecomunicazioni, matura le sue idealità socialiste, e assurge a direttore di una struttura a capo della quale riordina tutta la linea telegrafica e ferroviaria nazionale. Miracoli di intelligenze che vengono salvate dall’oblio. Ma tanti, troppi, rimangono prigionieri dei condizionamenti sociali ed economici, e dei contesti storici nei quali non al merito si guarda, ma al censo.
Chi leggerà queste pagine, o presenzierà alla rappresentazione pubblica di questa pièce, avvertirà quanta ingiustizia e quali aberrazioni hanno segnato (e ancora segnano) il destino dei poveri in tutti i contesti nei confronti dei quali ogni giorno vengono profusi inviti alla mano tesa, alla solidarietà, all’aiuto, che sì, è già qualcosa, ma pochi sono rimasti a proclamare che è la povertà che va abolita perché nessuno sia umiliato a tendere la mano ogni giorno.
E non mancano, nelle motivate indignazioni di Graziano, le invettive contro quelli che lui chiama “fratacci”, quelli del collegio in cui il piccolo Ennio è segregato con tutte le sue ansie, le sue paure, le sue umiliazioni, i negati sogni di un sorriso o di una materna amorevole carezza.
Aprite, voi lettori, aprite, voi spettatori, quando il dramma sarà rappresentato, la vostra mente e il vostro cuore e viaggiate dentro questo dolente “reportage” in cui alla tristezza del buio segue il conforto della redenzione. E poi l’ignavia, l’oblio, l’abbandono. E la fine. Tragica. Un racconto, quello di Graziano, nel quale severe meditazioni confluiscono in una lezione che reclama un mondo diverso capace di restituire all’uomo tutte le ragioni per le quali è, nel contempo, persona e cittadino. (Romolo Liberale)

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