Eremo Madonna del Romitorio | San Vincenzo Vecchio

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Dal borgo di San Vincenzo Vecchio, il cui nome appare la prima volta nelle cronache del Chartarium Casumariense nel secolo XI e viene poi consacrato nella bolla di Alessandro III del 1170 diretta al Monastero di Casamari, si sale al Romitorio per una stradicciuola di campagna, dopo avere attraversato un gruppo di stalle che si incontrano alle pendici, e quando la strada si fa leggermente più ripida, il panorama diventa sempre più vario e stupendo. Di fronte svetta imponente e dominatore, ancora con numerose chiazze dl neve, Pizzodeta. A nord, sono visibili i Simibruini che proseguono la catena degli Ernici per culminare al Monte Viglio. A sud, invece, i monti digradano e, anche se meno valli, fanno il panorama sempre vario e maestoso. Alle spalle si allunga, chiudendo ad oriente Valle Roveto, la catena che partendo da Monte Salviano raggiunge Monte Cornacchia in vista di Sora. A maggio, da questo punto di osservazione, lo spettacolo è grandioso, un vero incanto questo verde smeraldo che trionfa in primavera dappertutto: sui monti, sui colli, nei valloni, nei campi. Così nel verde, che domina sovrano, si distinguono più chiaramente i paesi e le frazioni della Valle che lo sguardo può abbracciare girando l’occhio in tutte le direzioni.

Il paesaggio è bellissimo, nei pressi della Cappella del Romitorio, la stradicciuola campestre si biforca: a sinistra si prosegue per Morrea, a destra si va diritti al Romitorio. Un muro fiancheggia a destra il viottolo, oggi allargato, mentre a sinistra ei leva l’altura rocciosa, che sovrastava l’antico Convento. Dopo aver percorso il viottolo per circa cento passi siamo arrivati alla meta. Avviandoci al santuario, siamo subito davanti all’atrio: un grosso arco con altri due archi a destra e, a sinistra come se fossero portici; a sinistra si guarda alle, montagne,; a destra, da un muro che protegge il santuario, siamo sopra l’antico convento di S. Francesco. Nel primo arco di sinistra si sale, per una scala semicircolare di pietra, a due stanze che potrebbero essere abitate; sotto la prima stanza che s’incontra salendo c’è una piccola cucina con camino. Sotto: le due finestre dell’altra stanza che sta sopra l’arco principale idi accesso alla chiesette, e,sospesa una campanella. Stanze e cucina, penso, saranno servite per abitazione dell’eremita che un tempo forse visse lassù. Si entra per l’arco principale nella chiesetta; il portale e di antiche pietre lavorate e la porta consiste in un cancello di ferro. Nella parte interna del muro d’ingresso si aprono di qua e di la due finestrine con cancelletti di ferro. Subito dopo l’ingresso troviamo a sinistra la Pietà, una statua dell’Addolorata che tiene tra le braccia il Cristo Crocifisso: e appunto la statua trasportata nel paese di S. Vincenzo Vecchio nel settembre di ogni anno, nelle prime ore della notte, in una processione luminosa, accompagnata da un popolo entusiasta che canta le lodi di Maria. Nella parete di destra s’apre una finestra che da luce all’a Chiesa e che guarda l’antico convento, oggi solo ruderi e rovine. In fondo al tempietto costruito l’altare con una tela della Pietà (e un grosso quadro), di buona fattura. Si sale all’altare per due gradini. Dietro l’altare, sotto la roccia, della montagna, in una Icone che poggia su due capitelli, c’e l’affresco oggi molto sbiadito, della Vergine che tiene sulle ginocchia il Figlio Crocifisso. Senza dubbio questo e il primo dipinto a cui si ispirano quanti vennero a pregare nel Romitorio.  La chiesetta è lunga circa 9 metri, larga circa 4 e alta circa 6 metri. L’altare col quadro della Pietà e l’affresco, visibile dietro l’altare nella pietra della rupe, sono adorni sempre,di fiori e la devozione è sempre viva in questa gente che si stringe attorno alla sua Madonna e alle tradizioni del passato.

Dopo aver visitato il santuario, non si può non visitare il luogo nel quale prosperò il Convento di S. Francesco. A pochi passi più giù della Chiesetta, forse con un dislivello di una decina di metri circa, stava il Convento. Riprendendo il viottolo che porta alla Madonna del Romitorio, prima di giungere alla stradicciuola che via a Morrea, o ci riporta a S. Vincenzo Vecchio, si può scendere subito nel terreno occupato un tempo dai Conventuali. A qualche metro sotto il viottolo che conduce al Romitorio, viottolo che da poco tempo e stato allargato, e possibile vedere il pozzo di cui parla la relazione della Visita di Mons. Maurizio Picciardi del 1663. Il campo che si estendeva adiacente a questo pozzo doveva essere sicuramente la vigna dei Francescani. Alcuni metri più in la del campo sono visibili le mura della Chiese, dei Frati e dell’antico Convento. Qualche muro ancora è ritto per due o tre metri, il resto per le ingiurie del tempo e l’incuria degli uomini e solo un ricordo. Cosi della chiesa, del convento, del cortile con la piazza, del portico, delle stanze per i servizi, per il refettorio, per i dormitori, per le, cucina, per la cantina resta oggi solo un mucchio di rovine, un groviglio di i cespugli, di spine e di erbacce, abbarbicate ai resti delle mura, e niente altro. Il terreno che veniva coltivato attorno al convento, si mota subito, non doveva essere poco; e poi ce lo conferma la relazione del vescovo Piccardi del 1663: un largo spazio di terra quasi in piano, in leggero pendio. Dovette essere quel luogo nella sua solitudine un’oasi di pace e di grande, spiritualità. Al termine delle mie impressioni, mi gode l’anima constatare che con la fine del convento non e finita lassù una fede che conduce oggi gli abitanti di S. Vincenzo nella Cappella del Romitorio a pregare: in quella chiesetta pregarono, generazioni di fedeli e forse probabilmente San Francesco di Assisi. (Note sull’autore e copyleft)

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