Morino | Borghi e storia della Valle Roveto

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In qualche documento più antico Morino è detto anche Moreno, per cui si è pensato che la parola morena avrebbe potuto dare il nome al paese. Il materiale, infatti, di sfacelo che viene provocato ai fianchi di una valle dall’azione erosiva del ghiacciaio e poi si raduna in accumuli, si chiama morena. Per i geologi le piccole valli e i colli esistenti a destra del Liri, che s’incontrano dallo Schioppo fino a Pescocanale, sono di origine glaciale. Ora Morino in realtà, prima del 1915, sorgeva su un colle, ove anche oggi si osservano i ruderi delle case, distrutte dal terremoto di quell’anno. Ma deriva da morena il suo nome? lo sono di opinione che sia incerta la etimologia di Morino. Intanto da quel colle il paese, dopo il terremoto, scese nel piano, nella valletta dove scorre il Romito, il fresco fiumicello, formato dalle acque dello Schioppo e di altre sorgenti della montagna. Morino compare nella donazione che nel 1089 Ratterio di Antena fece al monastero di Montecassino. Il documento parla della chiesa di S. Pietro, posta in territorio di Morino, chiesa che ritorna più volte nei documenti dei secoli XII e XIII. Nel Catalogo dei Baroni del 1173 Morino era feudo di Ruggero, conte d’Albe, e contava in quell’epoca circa 375 abitanti. Nel suo territorio, a tre miglia dal paese, in alto, sui monti, era già nota attorno al 1185 la chiesetta della Madonna del Pertuso, quella che oggi chiamano la Madonna del Cauto. Vi si recano ancora, a maggio e in altre circostanze, compagnie di morinesi a pregare e perpetuare una tradizione che dura da secoli. Il tempo distruttore ha quasi cancellato gli antichi affreschi, dipinti sulle pareti del tempio. A poca distanza da Morino, già in tempi remoti, sorgeva un gruppo di case, proprio dove poi si è sviluppata la frazione Grancia. Era chiamata Villa di Morino e i più vecchi abitanti di Morino la chiamavano così fino a pochi anni fa. La località è documentata con questo nome in varie pergamene conservate nell’Archivio della Certosa di Trisulti (Collepardo). Grancia cominciò a chiamarsi più tardi, perché divenne dal secolo XIV al secolo XVIII il granaio dei certosini di Trisulti, che avevano moltissimi possedimenti in particolar modo nel territorio di Morino, ma ne avevano anche a Castronovo, a Rendinara, a Meta, a Civita d’Antino, a Civitella Roveto e altrove. Centro di raccolta dei prodotti delle loro terre era diventata per i monaci di Trisulti proprio Villa di Morino, che a poco a poco prese il nome di Grancia. Un’altra località del territorio di Morino è nota attraverso le pergamene di Trisulti: erano le Taverne di Morino. Probabilmente si trovavano non lontano dal luogo dove ora sorge l’attuale Morino. Io son convinto che Morino fu un pagus (villaggio) all’epoca dell’antica Antino.

Il suo territorio ha una posizione felice e la valle dello Schioppo è incantevole in alcuni mesi dell’anno. Morino dovette sentire l’influenza della vicina Antino. Infatti, nel territorio di Morino furono ritrovate delle lapidi romane, che confermano la presenza di ville e di case nelle sue adiacenze in tempi lontani. L’antico Morino sorgeva in alto, sicuramente per le solite ragioni di sicurezza e di difesa. Nel 1316 figura sempre nella Contea d’Albe. Come tutti i paesi di Valle Roveto, posti alla destra del Liri, anche Morino fu sotto gli Orsini prima e sotto i Colonna dopo. Morino si trovò fin dal secolo XV assieme a Rendinara in contrasto con i Comuni oltre i Monti Ernici, specialmente con Guarcino e con Alatri. Esiste in un registro vaticano del secolo XV un accenno alle liti secolari che portarono questi Comuni a cause civili interminabili. Famosa è quella più recente fra Morino ed Alatri, terminata con la vittoria del primo paese. Il Comune di Morino è ricchissimo, grazie alle vastissime estensioni di boschi, ma la popolazione del paese, come del resto la popolazione di Valle Roveto, fu ed è costretta ad emigrare in cerca di lavoro. Nel secolo XVIII, sotto il governo borbonico, fu aperta nel territorio di Morino una ferriera, che dava una discreta quantità di ferro. Anzi fino al 1861 esisteva in Marino un locale, di proprietà dello Stato: era un opificio ad uso di ferriera. Le macchine della terriera erano azionate dall’acqua dello Schioppo. I numerosi boschi delle montagne di Morino hanno dato sempre tonnellate e tonnellate di carbone. Nelle carbonaie lavorano molti operai anche oggi. Scendono poi a mezzo di teleferiche al piano nei mesi estivi pali e tronchi, per essere lavorati e trasformati specialmente in traverse in una importante segheria che sorge presso la stazione ferroviaria. Il Catasto di Morino porta la data del 1° luglio 1743. Lo stemma del comune, come per tutti i paesi di valle Roveto che rimasero per circa tre secoli sotto la dominazione dei Colonnesi, è sempre la colonna. La colonna, che in realtà è molto tozza, si presenta con decorazioni all’intorno. Nella fascia che circonda l’ovale, dove è disegnata la colonna, si legge questa scritta: Universitas terre Morini, ciòè Università della Terra di Morino. (Lo stemma descritto si trova nel Catasto Onciario, n. 3049, dell’anno 1743, nell’Archivio di Stato di Napoli, Sezione Amministrativa) Prima del 1806 venivano eletti, come amministratori del Comune, tre massari «a cartelle estratte a sorte». Dopo l’avvento al Regno di Napoli di Giuseppe Napoleone e di Murat il Comune di Morino fu unito al Comune centrale di Civita d’Antino con S. Vincenzo Valleroveto, Castronovo e Morrea fino al 1816; continuò a far parte, come Comune riunito, del Comune centrale di Civita d’Antino con Rendinara fino al 1831; infine da quest’ultimo anno tornò ad essere Comune autonomo con la frazione di Rendinara. Morino si trova a 440 m. di altitudine, la frazione di Grancia a m. 480. La valle, che da Morino si addentra verso la montagna, risalendo la corrente fresca del Romito, formato dalle acque dello Schioppo e di altre sorgenti, e giunge quasi ai piedi della cascata, è stupenda. Il panorama, in primavera e in estate, quando la valletta è tutta una conca di verde, è semplicemente superbo. Chi da pochi metri osserva il salto ha davanti una visione incomparabile. Le acque escono abbondanti dal centro della roccia che si leva a picco verso il cielo, poi improvvisamente si slanciano nel vuoto.

È uno spettacolo insolito seguire quelle masse d’acqua che calano perpendicolarmente: sembra si stacchino dalla roccia; poi sospese in aria si inseguono, si rincorrono, si raggiungono, si mescolano, precipitano a vortici, piombano rumorosamente scroscianti nel fondo.  A Morino, lungo il corso degli ultimi secoli, la popolazione ha avuto improvvisi alti e bassi. Il fenomeno ha le sue spiegazioni. Per il passato il calo è dovuto agli stessi motivi che valgono per tutta la Valle Roveto: le spaventose epidemie. Per gli ultimi decenni la diminuzione degli abitanti deve essere attribuita alla continua emigrazione. Ed ecco le cifre. Morino contava 395 abitanti ai tempi di Carlo V, 410 nel 1595, 800 nel 1617, soltanto 350 nel 1648, 400 nel 1663, 360 nel 1669, 442 nel 1703, 491 nel 1706, ben 1078 nel 1779, 672 nel 1806, 1166 nel 1838. Nel 1831 e nel 1839 Morino e Rendinara insieme ebbero rispettivamente 1939 e 2192 abitanti. Ecco i dati della popolazione del Comune di Morino nei censimenti che si avvicendarono dal 1861 al 1961: 2032 abitanti nel 1861, 1923 nel 1871, 1731 nel 1881, 1947 nel 1901, 2226 nel 1911, 2430 nel 1921, 2148 nel 1931, 2055 nel 1936, 2051 nel 1951, 1817 nel 1961. Fu molto alta la percentuale dei morti di Morino al terremoto del 1915. Il paese fu raso al suolo e le vittime dell’immane disastro furono 110. I caduti nella prima guerra mondiale furono 27, nella guerra etiopica 2, nella seconda guerra mondiale 17. La popolazione non è da meno degli altri paesi della valle nel conservare le sue usanze e le sue tradizioni religiose. Ad esse rimangono fedeli anche i morinesi lontani. Nelle feste patronali del 25 aprile e dell’8 settembre di ogni anno, i morinesi, stabiliti a Roma, sentono forte la nostalgia del natio loco, e magari per qualche ora soltanto, oggi che l’automobile è alla portata di tutti, una visita di sfuggita la fanno sempre al paese di origine. Sono tanti, infatti, i morinesi assenti. A Morino si è avuto,specialmente ai primi decenni del secolo e non è mai cessato, l’esodo, a volte massiccio, dei suoi abitanti per altre sedi. È stato il destino delle nostre generazioni, quello di uscire a trovare altrove il pane quotidiano. Fino a pochi anni addietro si pescavano non solo nel Liri, pri­ma che fosse sfruttato , ma anche nelle fredde e chiare acque del precipitoso Romito delle trote squisite. Oggi si fanno sempre più rare anche se nel laghetto artificiale, che si allarga sopra la Grancia, non mancano. Per alcuni anni, dopo la seconda guerra mondiale, a destra del fiume Liri, fu tentato l’allevamento in grande stile dei castorini: poi sono andati, forse per poco rendimento, mano mano scomparendo. Per allevarli era stato deviato in buona parte il corso del fiume, che rientrava poi immediatamente nel suo letto. Oggi invece in quella stessa zona sono coltivati gli alberi da frutta e i pioppi. Il suolo di Morino non è fertilissimo, come non è fertilissima la terra di Valle Roveto; produce però grano, granturco, patate e legumi. Si coltivano vigne ed oliveti. Ma come accade per l’intera regione, tutti gli abitanti non potrebbero vivere se non tentassero la fortuna fuori del paese. (Note sull’autore e copyleft)

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