Balsorano | Borghi e storia della Valle Roveto

Che l’attuale Balsorano derivi il suo nome dalla corruzione della medioevale Vallis Sorana, cioè Valle Sorana, nessuno potrà mettere in dubbio. Contorcere la denominazione Balsorano, come qualcuno ha fatto nel passato, e piegarla ad altre interpretazioni mi sembra volere andare contro l’eloquente significato delle parole e voler negare addirittura la tradizione che fu continua e mai venne meno nei secoli. Che poi la valle, ove sorgeva l’antico Balsorano, prendesse l’aggettivo che lo determinasse dalla vicina città di Sora, non deve meravigliare nessuno. Balsorano era il primo paese che s’incontrava venendo da Sora nell’entrare in Valle Roveto. E data l’importanza che ebbe Sora nelle lotte che si svolsero tra Sanniti e Romani nei secoli quarto e terzo avanti Cristo prima, e non dimenticando nello stesso tempo il valore strategico che fu dato alla Valle Roveto nella Guerra Italica o Marsa dopo, quando le legioni di Roma risalivano da Sora fino alla Valle Roveto la corrente del Liri per prendere alle spalle i Marsi ribelli, non c’e proprio da meravigliarsi se i luoghi più vicini a Sora abbiano dato in tempi posteriori al paese che vi sorse il nome di Valle Roveto. Il tempo, che molto raramente distrugge o muta i nomi geografici, conservò quel nome, e solo nel periodo di trapasso dal latino al volgare, Vallis Sorana, per comuni leggi di fonologia e di adattamento, si trasformo in Vallesorana (anche Vallesorano, Valsorano), Balzorano, Balzorano, Balzorano, finalmente Balsorano.

Sorgeva l’antico paese di Balsorano su un’amena collina, come tutti i paesi che desideravano vivere alquanto più in pace durante le invasioni e i saccheggi. Balsorano si levava lassù, all’ingresso di Valle Roveto, come una vedetta che desse l’allarme e annunziasse imminenti pericoli. E infatti, a sua difesa, fu costruito in tempi lontani il bellissimo castello, la cui prima storia e avvolta di leggende macabre e tenebrose. Nel 1463 il Castello passo ai conti di Celano, ai Piccolomini, signori di Balsorano e di Morrea, e poi successivamente al nobile romano, barone Testa, al conte Carlo Lefebvre, al marchese Don Pedro di Casafuerte, che sposò Flavia Lefebvre, figlia del suddetto conte Carlo. Il castello di Balsorano, riparato dopo il terremoto del 1915 con contributo dello Stato, appartiene dal 1929 ai nobili Fiastri che lo hanno restaurato. Non mancano in ogni tempo dell’anno visitatori, che vanno ad ammirare la superba mole e le vaste sale del vecchio maniero. Oggi il castello e gestito dalla Società dei Castelli d’Italia, su modello dei castelli di Francia ed’Inghilterra. Il castello di Balsorano, trasformato oggi in albergo e in ristorante, diventerà più che nel passato una meta di richiamo per quanti non sempre conoscono la nostra terra e hanno preferito finora altre località, spesso tanto inferiori alle nostre per bellezze naturali, ma purtroppo più attrezzate di ottimi alberghi, di fitte reti stradali, di tanti conforti, che rendono piacevole e comodo il soggiorno ai visitatori ed ai turisti. Dopo il disastroso terremoto del 13 gennaio 1915 Balsorano si spostò più a nord con circa tre quarti dei suoi abitanti e il paese fu costruito sempre sulla riva sinistra del Liri, nei pressi della stazione ferroviaria, lungo la Nazionale 82. Poche le famiglie rimaste fedeli all’antica sede. Al terremoto i danni furono ingenti e molte furono le vittime disseppellite dalle macerie. Non e pero del tutto dimenticato il luogo ove un giorno sorse Vallis Sorana e sempre acuta resta la nostalgia dell’antica dimora dei padri. Ogni anno, nella festa di S. Rocco del 16 agosto, che si celebra in Balsorano Vecchio, molti sono i balsoranesi che tornano con la loro presenza a rinverdire le memorie passate, a salutare i luoghi ove vivono ancora tanti ricordi.

Balsorano Vecchio e collegato alla Nazionale 82 da una carrozzabile di meno di 2 chilometri che si innesta a quella al Km. 42 + 500. Ed ora quando appare la prima volta nella storia Vallis Sorana? Vallis Sorana, oggi Balsorano, esisteva già nell’alto Medio Evo. Una terra di confine, posta tra un ducato e un altro, deve aver perduto presto, per forza di cose, un gruppo di case e un discreto numero di abitanti in tempi in cui gli invasori si spostavano rapidamente facilmente da nord a sud o viceversa. Si estendevano inoltre attorno a Balsorano fertili campagne adatte alla coltivazione di cereali, mentre le colline che circondavano il paese davano ai vigneti, agli oliveti ed agli alberi da frutta favorevole esposizione per abbondanti raccolti, La valle sorana, che nel corso dei secoli, non sappiamo in che tempo, venne ad identificarsi con un centro abitato e diede il suo nome ad un paese, a Vallis Sorana, poi Balsorano, non poté esser giunta a tale trasformazione solo quando apparve la prima volta nei documenti di storia. E anche se vogliamo fermarci esclusivamente a questi, Vallis Sorana e già una entità geografica e storica nel secolo IX, sicuramente nel secolo X. Le chiese di S. Stefano, di S. Nicola e di S. Donato, situate in Vallis Sorana, erano già sotto la giurisdizione di Montecassino nella seconda meta del secolo X, come ho accennato altrove e come risulta dallo storico benedettino, Leone Marsicano, poi Cardinale, vissuto nella seconda meta del secolo XI e nei primi lustri del secolo seguente. E mentre la memoria delle chiese di S. Nicola e di S. Donato e sempre rimasta, come esistenti nel territorio di Valle Sorana e per conseguenza di Balsorano, penso che la chiesa di S. Stefano debba essere quella di Rocca de’ Vivo. Il nome di una di queste chiese ebbe l’onore di essere scolpito nelle porte di bronzo di Montecassino: quello della chiesa di S. Nicola. Era il 1066. L’Abate di Subiaco Giovanni acquisto la chiesa di S. Paolo, posta in territorio di Rocca de’ Vivo, nel 1109; il Chronicon Sublacense, dal quale prendiamo la notizia, aggiunge che la chiesa si trovava (ed e infatti cosi) prope vallem soranam, presso Valle Sorana. Si leggevano poi ancora le chiese di S. Pietro e di S. Donato, esistenti in Valle Sorana, nella Bolla di Papa Pasquale II del 9 febbraio 1110, conservata ai tempi dell’Ughelli (1594-1670), ma disgraziatamente già tanto consumata da non potervisi leggere chiaramente tutte le chiese e le parrocchie, che facevano parte della diocesi di Sora, i cui confini venivano definiti in quel documento pontificio. In un altro privilegio di Pasquale II del 1115, riportato nel Chronicon Sublacense, si riconfermava all’Abazia di Subiaco il possesso della chiesa di S. Paolo e di altre tre chiese con le seguenti parole: In valle sorana ecclesia sancti Pauli cum aliis tribus ecclesiis et cum villa iuxta se posita et cum omnibus eius pertinentiis. In valle sorana la chiesa di S. Paolo con altre tre chiese e con la villa posta vicino ad esse e con tutti possedimenti di quella. Attorno alla Chiesa di S. Paolo si venne formando molto probabilmente col tempo un villaggio, come si dirà parlando di Roccavivi, e poiché il villaggio si trovo molto vicino a Valle Sorana, il cronista, dandoci la notizia, volle senz’altro far notare il paese più importante, nelle cui vicinanze sorgeva la chiesa; e il paese più importante era certamente Valle Sorana (Balsorano).

Non potrebbe avere accennato ad un gruppo di case, esistente già attorno alla Chiesa di S. Paolo, il cronista con quella parola villa che noi leggiamo nel documento? Anche Balsorano era feudo di Ruggero d’Albe nel 1173 e i suoi abitanti erano circa 500. Dall’alto della sua collina, dove sorgerà un giorno il castello, ne vide passare Balsorano di eserciti invasori che attraversarono Valle Roveto per la vecchia strada tracciata allora a destra del Liri! E una storia a noi non arrivata, ma non credo che sia necessaria molta fantasia per immaginare il territorio di Balsorano, posto ai confini di due regioni, calpestato da truppe avide di preda e da sovrani ambiziosi, lanciati all’inseguimento degli avversari in fuga o alla ricerca di nuove conquiste e di più grosso bottino. Più volte Riccardo da S. Germano nomina nelle sue cronache Valle Sorana quando con animo ostile vi passava Federico II, che accorreva come un fulmine a punire città e principi ribelli. E quando nel secolo XIII si procedette alla ricostruzione di città e paesi distrutti in quelle lunghe guerre, dopo le quali le fiamme di incendi paurosi avevano lasciato di chiese, di case e di palazzi solo macerie irriconoscibili e mura annerite, fu imposto ai cittadini di Valle Roveto e di Valle Sorana il grave onere di ricostruire la rocca di Sora. Balsorano continuò a far parte della Contea d’Albe per tutto il secolo XIII e il suo nome (sempre Vallis Sorana) ricorre ogni qual volta si elencano nei documenti del tempo i paesi di Valle Roveto. Un numero non piccolo di chiese era sparso qua e la nell’ambito del territorio di Balsorano. Anche questa e una prova dell’importanza gel paese, e siccome ancora oggi esistono delle località con nomi di alcune di queste chiese, un tempo poste nelle adiacenze di Valle Sorana, dobbiamo pensare che anche i suoi abitanti siano stati sparpagliati, nei secoli di cui parliamo, nei vasti confini di Balsorano. In un registro vaticano, infatti, del 1308, e scritto che nel paese di Valle Sorana (in castro Vallis Soranae) esistevano le chiese di S. Giorgio, di S. Andrea, di S. Padre, di S. Pietro, di S. Giovanni (forse S. Giovanni Valleroveto), di S. Maria de’ Sassi (i Ridotti), di S. Benedetto de Pescasino e di S. Nicola. Certamente questo elenco non e completo, perché da altre fonti storiche conosciamo prima del 1308 in territorio di Balsorano l’esistenza di chiese non comprese nel registro vaticano, or ora citato. E non parlo, perché ne ho parlato in un capitolo di questo studio, del Monastero della Grotta di S. Angelo, ancora oggi meta di fedeli, che si recano ogni anno lassù a pregare, obbedendo ad una bella e antica tradizione. Dal secolo XIV all’incirca Vallis Sorana viene trasformando a poco a poco il suo nome per giungere poi alla denominazione definitiva di Balsorano. Nel 1316 fu Balsorano una terra del Comitatus Albae. In seguito, non sappiamo con precisione in quale anno, fece parte della Contea di Celano, dove imperavano gli Orsini. Nell’anno 1463 il re di Napoli Ferrante diede la Baronia di Balsorano assieme alla Contea di Celano ad Antonio Piccolomini, Duca d’Amalfi. La Baronia di Balsorano (cosi si legge in alcuni documenti), oltre Balsorano, comprendeva anche Civita d “Antino, Morrea e Castelnuovo di Abruzzo Ultra. Più tardi, alla fine del secolo XV, Civita d’Antino diventava feudo dei Colonna, mentre Balsorano con Morrea e i suoi casali S. Vincenzo, S. Giovanni e Castronovo, restava sotto il dominio dei Piccolomini. Ogni diritto di questi ultimi cessava nel 1806, con l’abolizione del feudalesimo. Gli abitanti di Balsorano furono 835 ai tempi di Carlo V, 895 nel 1595, 1035 nel 1648, 1455 nel 1669, 1500 nel 1617, 1358 nel 1806, 2531 nel 1838. Il Catasto di Balsorano porta la data del 28-1-1753. Prima del 1806 venivano eletti in pubblico parlamento “per brussolo” quali amministratori del paese un capo-sindaco e due sotto-sindaci. Lo stemma di Balsorano, come si rileva dall’Archivio di Stato di Napoli, Sezione Amministrativa, Visite Economiche, Lettera B, n. 19) a 200, consiste in un braccio teso, che stringe con la mano un fascio di fiori. Come ho gia fatto notare, parlando della Valle Roveto nella geografia, la raffigurazione e una falsa interpretazione del nome di Balsorano. Lo stemma, non sappiamo spiegarci per capriccio di chi, pretende derivare l’etimologia di Balsorano da Balzo del Grano; cosi il fascio che compare nello stemma vorrebbe essere un fascio di fiori o di spighe. Attorno al fascio ed al braccio si legge: Balsorano.

Dal 1809 furono aggregati a Balsorano, Comune centrale, i Comuni di Roccavivi, di Rendinara e di S. Giovanni Valleroveto. Dopo il 1816 Rendinara passo prima al Comune di Civita d’Antino e poi al Comune di Morino, mentre Roccavivi e S. Giovanni furono, e lo sono tuttora, frazioni di S. Vincenzo Valleroveto. L’altezza sul livello del mare di Balsorano e di m. 337, del Castello di Balsorano di m. 430 e dei Ridotti, la frazione più popolata, di m. 670. Attraversa il nuovo paese di Balsorano la strada Nazionale 82, mentre le frazioni sono oggi collegate al centro: Balsorano Vecchio con una strada rotabile asfaltata di circa 2 chilometri; i Ridotti con una strada di Km. 5 + 200, tracciata col concorso dell’Ente per la valorizzazione del Fucino; La Selva (Case Marconi, Case Pistola e Case Catena) con strada fatta dal Comune, carrozzabile, anche se alquanto stretta; infine Collepiano con traccia di strada, carrozzabile. Dalla contrada Colle Castagno si accede comodamente a Balsorano per mezzo della Nazionale 82. Gli abitanti di Balsorano nell’ultimo censimento (1961) sono risultati 4169. Trecento quarantotto unità di meno in confronto al 1951 come dirò fra poco. I caduti nella prima guerra mondiale furono 62, nella guerra di Etiopia (1935-36) 1 e nella seconda guerra mondiale 43. Trovarono la morte in seguito ai bombardamenti in quest’ultima anche 20 civili. Balsorano con i Comuni riuniti di Rendinara, Roccavivi e S. Giovanni Valleroveto aveva 3860 abitanti nel 1811.Da quando (a. 1816) Rendinara fu aggregata a Civita d’Antino, mentre Roccavivi e S. Giovanni passarono a S. Vincenzo Valleroveto, queste sono le tappe del movimento demografico di Balsorano: 2133 abitanti nel 1817, 2136 nel 1820, 2177 nel 1822, 2362 nel 1831, 2448 nel 1835, 2606 nel 1839. Ed ecco le cifre dei censimenti decennali dal 1861: erano 2832 abitanti nel primo censimento nazionale, 2943 nel 1871, 2874 nel 1881, 3003 nel 1901, 3171 nel 1911, 3190 nel 1921. Salvo leggeri regressi, riscontrati in qualche periodo, la popolazione di Balsorano e stata sempre da più di un secolo in costante aumento.

A differenza di altri paesi della Valle Roveto, che dal 1921 al 1931 segnarono un calo demografico impressionante, Balsorano invece fece, nel 1931 con 3587 abitanti, un sensibile balzo in avanti con oltre il 12 per cento in più della sua popolazione in confronto al 1921. Balsorano e ancora in aumento nel 1936 con 3827 abitanti e nel 1951 con 4517. E’ scesa pero a 3808 abitanti nel 1988. Negli ultimi anni l’emigrazione, che, anche se limitata, ebbe inizio alla fine del secolo passato, si e andata intensificando ed ha portato molti balsoranesi un po’ dappertutto, specialmente in Canada, negli Stati Uniti e anche altrove, mentre l’emigrazione in Francia, in Germania o anche in Svizzera resta solo temporanea. Ecco il motivo della diminuzione Non posso chiudere queste note su Balsorano senza accennare ad una attività, una volta quasi generale per gli abitanti di tutto il Comune: l’allevamento del baco da seta. Esso fu praticato in Balsorano da tempo immemorabile e grosse piantagioni di gelsi esistevano nel suo territorio. E stato già detto che le truppe francesi avevano devastato piante di gelso in Balsorano all’epoca della Repubblica Partenopea. L’allevamento del baco da seta teneva occupato il 90% delle famiglie del paese e Balsorano veniva segnalato come uno dei centri più importanti nell’Italia centro-meridionale per la produzione dei bozzoli; anche qualche altro paese della valle, come Civitella Roveto, si interessava a questa attività, ma si trattava solo di poche famiglie. La produzione dei bozzoli costituiva uno dei cespiti maggiori per il paese e perciò la popolazione, che difettava di locali adatti, si sobbarcava a grandi sacrifici onde conseguire un rapido guadagno. In media venivano messe in incubazione circa 100 once di semi ed esse, secondo le annate più o meno favorevoli all’allevamento, da,vano una media oscillante dai 70 agli 80 quintali di bozzoli. Tale industria prospero fino agli anni 1937-38. Alla disposizione ministeriale di portare i bozzoli all’ammasso segui immediatamente la lenta diminuzione dell’allevamento del baco da seta, in quanto il pagamento del prodotto subiva un forte ritardo, talvolta di 8 o 10 mesi. Tale era la perizia dei balsoranesi nella bachicoltura che i bozzoli di Balsorano erano contesi dalle filande di Iesi e dj Cava dei Terreni. Nel 1942, in piena guerra, quando già l’allevamento si era sensibilmente assottigliato, venne da Procida una signora ad acquistare tutti i bachi prima che essi andassero al bosco. Negli ultimi tempi, specialmente quando l’allevamento era esercitato su vasta scala, si prelevava la foglia di gelso anche fuori del territorio di Balsorano, perfino nelle zone di Frosinone, Pontecorvo, Cassino ed Arpino. Una razionale coltivazione dei gelsi e l’approntamento di locali idonei potrebbero ridare fiorente vita all’industria dei bozzoli, particolarmente se provvidi Enti proteggessero gli allevatori ed evitassero lo sfruttamento di disonesti accaparratori, pronti sempre ad avere buon gioco dalla rapida alterazione dei bozzoli. E per terminare questo argomento e perché il mio studio non vuole trascurare neppure le usanze della nostra terra, ricordo che per lontana consuetudine le popolane portavano nel seno il seme dell’annata durante la processione di S. Giorgio, patrono di Balsorano, la cui festa, 23 aprile, coincideva con il periodo della incubazione. La popolazione di Balsorano, specialmente quella che risiede nelle frazioni e nelle varie contrade della campagna, attende in maggior parte all’agricoltura e solo in minima parte alla pastorizia. I prodotti del suolo sono i cereali, le patate, i legumi, le frutta, in particolar mo do i fichi; ma il prodotto principale resta l’olio. Buona era un tempo anche la produzione di vino, ma dopo la comparsa della fillossera, è andata a poco a poco diminuendo. Al termine di queste note su Balsorano, mi piace ricordare un grande uomo che ebbe sangue balsoranese nelle vene: lo scienziato Cesare Colucci. Nato da genitori balsoranesi, trasferiti a Napoli, Cesare Colucci occupò in questa città la prima cattedra di Psicologia Sperimentale, istituita in Italia e fu Presidente della Società Italiana di Psicologia. Maestro insigne nella Cattedra, nelle Accademie, in tanti Congressi scientifici, autore di oltre duecento pubblicazioni, Direttore dell’Ospedale Psichiatrico di Napoli, fu, come biologo ricercatore, di una attività straordinaria. Cesare Colucci, nato a Napoli nel 1865, lasciò morendo un gran vuoto ai discepoli che lo amarono e a quanti lo conobbero e stimarono. Le onoranze, tributate al Colucci nel 1965, centenario della nascita, volute dalla cittadinanza napoletana, per ricordare la profonda dottrina dello scienziato e la grande umanità dell’uomo, furono un vero trionfo. Il Comitato d’onore delle celebrazioni centenarie era formato dai Ministeri più noti del Mezzogiorno e dai nomi più belli del mondo intellettuale napoletano. Alla morte del Colucci, dell’ illustre scienziato, Napoli aveva già decretato la sua sepoltura nel Recinto degli Uomini Illustri.  (Note sull’autore e copyleft)

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