Fenomenologia del brigantaggio postunitario nella Valle Roveto | Terza ed ultima parte
L’8 aprile, il Generale Govone, seguito immediatamente dopo da altre compagnie di soldati, da Sora partì per gli Abruzzi. Nella notte dal 9 al 10 aprile i Ridotti di Balsorano ebbero la poco lieta visita dei briganti. Essi, dopo aver saccheggiato la casa di Angelo Cascone, condussero nelle montagne suo nipote Giorgio Valentini e chiesero per il suo riscatto 4000 ducati. Il 13 aprile sfilò per la valle, diretta a Tagliacozzo, una compagnia di bersaglieri. La Valle Roveto rimase in tal modo presidiata in tutti i suoi paesi per essere difesa dalle frequenti incursioni dei banditi. Il 5 maggio partì per la valle l’ultima compagnia del 44°, incaricata di riunirsi alle altre compagnie, dislocate in Valle Roveto e nella Marsica. Il 16 maggio erano preda degli uomini della montagna greggi di pecore e di capre a Roccavivi e ai confini fra Roccavivi e Sora. Il 22 maggio rimaneva schierata lungo la strada la compagnia di stanza a Balsorano, pronta a respingere un eventuale attacco degli armati della montagna. Il 30 giugno rimaneva asserragliato in caserma il presidio di Rendinara, attaccato improvvisamente dai fuorilegge. Il presidio, subito liberato dalle truppe prontamente intervenute da Civitella e da Morino, costringeva gli assalitori a riprendere la via dei monti. Fra tante notizie tristi una buona, e foriera di belle speranze per le popolazioni della Marsica. Non sarebbero passati molti anni e quella nobilissima terra, grande per le sue memorie storiche e per la sua laboriosità, avrebbe avuto davanti a sé al posto del lago una fertile pianura. Infatti, il 9 agosto 1862, affluirono per la prima volta nel Liri le acque del Fucino attraverso il vecchio emissario dell’imperatore Claudio, per la cui restaurazione iniziarono i colossali lavori nel 1854 e furono proseguiti con tenacia fino al 1876 dal principe Torlonia. Le prime acque del lago furono immesse nel fiume Liri alle ore 17 del 9 agosto e arrivarono a Sora un’ ora dopo la mezzanotte del 10 agosto. Intanto il 31 agosto la solita banda armata della montagna scese ancora una volta nel paese di Rendinara. In una imboscata i bersaglieri, di presidio a Roccavivi, accorsi in aiuto, ebbero un morto e qualche ferito. Nella notte dell’11 settembre un’altra banda mise a sacco alcune case a valle di S. Vincenzo Valleroveto. Tra il piccolo distaccamento di Castronovo, subito venuto in aiuto, e il gruppo di banditi seguì una sparatoria di circa quattro ore con feriti da ambo le parti. Due giorni dopo lo scontro partì in colonna mobile per Valle Roveto la prima compagnia del 1 battaglione del 44°; con la compagnia partì lo stesso comandante colonnello Lopez.
Altre compagnie dello stesso reggimento lasciarono Sora il 15 settembre. Il 18 settembre Pasquale Boccia di Civita d’Antino, che tornava al suo paese da Civitella Roveto, affrontato lungo la via da quattro individui della montagna, venne selvaggiamente assassinato. Il 27 settembre circa 300 granatieri giunsero in Valle Roveto per essere distribuiti, onde presidiarli, nei vari paesi. Il 18 ottobre transitavano dirette ad Avezzano due compagnie di bersaglieri. Da ora in poi la strada da Avezzano a Sora si farà più sicura e gli abitanti dei nostri paesi vivranno più tranquilli. Ancora molti sono i briganti che scorrazzano impuniti per le montagne, ma la presenza di numerose truppe, scaglionate in ogni paese, e la legge inflessibile, che va condannando inesorabilmente non pochi briganti catturati, rendono meno audaci quegli uomini, avvezzi da tempo a mal fare e avidi solo di bottino e di vendetta. Il 6 marzo 1863 si era riunita a Sora una commissione di Deputati per la lotta al brigantaggio: alla riunione parteciparono il Prefetto di Terra di Lavoro e il generale Villarey. L’8 marzo partì la commissione per Civitella Roveto, ma raggiunto appena Balsorano, richiamata telegraficamente, fece ritorno a Napoli. Ad ogni modo si erano studiati in quella riunione preliminare i mezzi più adatti a combattere i briganti che infestavano la nostra regione. Il 29 aprile era di passaggio per Valle Roveto con soldati di cavalleria il generale La Marmora. A Rendinara, il 20 settembre, gli uomini impenitenti della montagna attaccarono improvvisamente le forze dell’ordine di stanza in quel paese.
Al principio di maggio del 1864 i banditi riappaiono sui monti di Roccavivi e di Balsorano. Il 5 maggio altre bande armate furono avvistate nella Grotta di S. Angelo di Balsorano. Da queste segnai azioni risulta che il brigantaggio non ancora era stato completamente debellato, però è opportuno constatare che i banditi della montagna erano diventati meno arditi di un tempo e non scendevano più nel fondo della valle. Intanto nella notte del 3 giugno 1864 in Rendinara una sentinella feriva un suo commilitone che non aveva risposto all’alto là. Il 12 gennaio 1865 arrivò a Civitella Roveto un battaglione del 67° di linea. Il 28 agosto 1865, alle ore definitivamente nel Liri le acque ora dopo le 18. Nel maggio del 1866 vennero avviate sulla linea del Mincio le truppe dislocate fra noi per essere impiegate contro l’Austria nella terza guerra d’indipendenza. Furono in parte sostituite da truppe richiamate. Per precauzione durante quei giorni si procedette ad arresti di persone sospette. Continuarono a passare truppe per l’Alta Italia nei mesi di giugno e di luglio. Il 26 giugno arrivava la notizia che il generale Vilhrey, già comandante della zona di Gaeta, era caduto combattendo sul Mincio. Alle ore dodici e mezzo del 12 ottobre di quell’anno 40 briganti fermarono nella salita di Capistrello la diligenza che faceva servizio Avezzano-Sora, derubando il postiglione e asportando la posta. Per fortuna nessun passeggero era nella diligenza. Durante la campagna del 1866 contro l’Austria fu mobilitata la Guardia Nazionale dei nostri paesi e licenziata appena finita la guerra. Al principio di ottobre nella frazione Ridotti di Balsorano catturarono i briganti un fratello del sacerdote Domenico Valentini, che poi fu ricondotto in casa dagli stessi banditi. Sequestrarono però altri due fratelli del Valentini, pretendendo 3000 duca ti per il riscatto. Non avendo la famiglia tale somma, le mandarono i briganti un orecchio di uno dei due disgraziati, minacciando di ucciderli ambedue, se non fosse stata sborsata la somma. Il 29 ottobre per Valle Roveto fu di passaggio un battaglione del 62° di linea; un altro battaglione passò il 12 novembre.
Nulla di nuovo si ebbe a registrare nei primi mesi del 1867, tranne le truppe che transitarono per la valle il 16 gennaio. Il 15 agosto, Menotti, figlio di Giuseppe Garibaldi, da Avezzano si diresse per Valle Roveto a Sora. In Avezzano era stato ospite della famiglia Mattei. Nel settembre e nell’ottobre di quell’anno si venivano arruolando qua e là gruppi di garibaldini allo scopo di penetrare nello Stato Pontificio e tentarvi colpi di mano. Era in corso nel vicino Stato della Chiesa l’audace impresa di Garibaldi, che doveva fallire. Il 27 ottobre da Rendinara erano diretti a Sora alcuni garibaldini dispersi, mentre il giorno seguente partiva per Rendinara da Civitella Roveto un’altra spedizione di garibaldini. Aveva organizzato il Nicotera le squadre garibaldine negli Abruzzi e nelle zone di Ceprano e di Sora. Dal 7 al 14 novembre, dopo la disgraziata giornata di Mentana (3-11-1867), tornavano ai loro paesi sbandati numerosi garibaldini. Nell’autunno del 1868, alcuni casi di colera, specialmente in Balsorano, misero in allarme le popolazioni. Il 17 febbraio arrivarono in Valle Roveto tre carri con tutto l’occorrente per fissarvi il telegrafo militare, con stazione principale in Civitella, e combattere più facilmente i briganti, senza dar loro un momento di respiro. In realtà si era notata in quei giorni una pericolosa recrudescenza del brigantaggio. Al mattino del 27 febbraio 1868, 8 briganti fermarono sotto Morino la diligenza per Sora e derubarono dell’orologio e del denaro un capitano dei bersaglieri, proveniente con la moglie da Tagliacozzo e diretto a Napoli. Scariche di fucileria seguirono tra i briganti e i carabinieri del luogo. Il 3 marzo gli stessi 8 briganti assalirono una casa a Rendinara; il padrone della casa, che impalava la porta, fu raggiunto da una raffica di fucileria, che gli fratturò un braccio; accorse le forze dell’ordine, i malviventi si davano alla fuga.
Il 12 marzo 1868 due briganti, travestiti da bersaglieri, si presentarono alla taverna di Capone, sulla strada per Civitella, sequestrarono due persone e le trasportarono in montagna. Un’altra masnada di 12 banditi, con a capo un certo Cedrone di S. Donato Val di Comino, aggrediva nel fossato dei Sassi, sotto i Ridotti, due negozianti di legname, che riuscivano a mettersi in salvo. Il 22 marzo, a Morino, in un conflitto con la forza pubblica, un brigante rimaneva ucciso ed un altro ferito. Nella prima decade di aprile veniva annientata la banda di briganti, composta di cinque loschi figuri, purtroppo nativi dei nostri paesi, divenuta il pericolo numero uno della zona: della banda faceva parte anche chi aveva ucciso nel febbraio di quell’anno il sindaco di Morino, Giacinto Ferrante. L’ultimo di questa terribile associazione a delinquere fu fatto fuori da Onorato Gorga di Brocco (oggi Broccostella), che si trovava a Morino per la caccia. In quei giorni era segnalata un’altra banda per le montagne che da Civita d’Antino raggiungono Pescosolido. Salì sulla montagna, che domina Balsorano e Pescosolido, la sera del 23 maggio contro i briganti anche la compagnia di linea che stazionava a Balsorano. La notte del 4 agosto furono avvertite scosse di terremoto in senso ondulatorio della durata di circa 12 secondi.
Il generale Pallavicini sostò a Balsorano il 14 settembre, poi proseguì per Avezzano. Il 3 novembre fermò a Civitella per qualche ora una compagnia di bersaglieri proveniente da Magliano e diretta a Sora. Nello stesso giorno transitavano per Valle Roveto sei lancieri a cavallo, partiti da Sora. Poco da segnalare nell’anno 1869, tranne i passaggi per Valle Roveto di truppe che si trasferivano dal sud al nord: così, il 9 giugno, il 61° Reggimento di linea era diretto a Rieti, e, il 13 giugno, partito da Sora, transitava per la valle l’ultimo battaglione del 62°. Meno attive si dimostrarono in quell’anno anche le bande brigantesche, perseguitate con azioni rapide e tenaci dall’esercito. Il 16 luglio, una compagnia di bersaglieri, in perlustrazione ai confini tra Balsorano e Pescosolido, incontrò il disgraziato guardaboschi di Balsorano, e avendolo creduto bandito, lo freddò per errore a fucilate. Poi, tutto si svolse in Valle Roveto liscio e piano fino all’agosto 1870. Solo al principio di settembre furono notati improvvisamente quotidiani movimenti di truppe italiane ai confini dello Stato della Chiesa. Il Regno d’Italia aveva deciso, anche profittando del ritiro dal Lazio della guarnigione francese, di occupare Roma.
Il 6 settembre la truppa di linea che si trovava di stanza a Civitella Roveto e a Balsorano fu trasferita nei pressi di Carsoli. Non sto ora a ripetere gli avvenimenti di quei giorni, che fanno parte della nostra storia patria; dico ancora una volta che la presa di Roma aveva turbato la coscienza del popolo italiano, profondamente cattolico. Il turbamento continuò per circa 60 anni, anche se gli Italiani divennero sudditi devoti e cittadini rispettosi delle leggi del nuovo Stato. Però era da tutti auspicato il giorno della pacificazione fra Chiesa e Italia. Quel giorno venne finalmente soltanto ai nostri tempi, l’11 febbraio 1929, con la Conciliazione e la firma dei Patti Lateranensi. Intanto, se il 1870 aveva turbato le coscienze del popolo italiano, esso aveva nello stesso tempo portato più tranquillità alle nostre popolazioni: era terminato il brigantaggio. I briganti ormai, già perseguiti in una lotta titanica, che aveva Visto impiegate forze eccezionali dell’ordine contro di loro, scomparvero dalle nostre montagne, lasciando di sé e delle loro imprese solo il nefasto ricordo.
Termina così questo capitolo, nel quale ho avuto di mira innanzi tutto la verità storica; ho cercato di dare una visione chiara delle condizioni dei nostri paesi durante il decennio 1860-1870. Ho narrato fatti ed episodi, appresi in parte dalla viva voce di persone nate in quegli anni e degne di fede, o da altre non molto lontane nel tempo dai protagonisti di quelle drammatiche vicende. Inoltre mi son servito di un diario prezioso, che ho spogliato di ogni passione e risentimento di parte, badando semplicemente allo svolgimento degli avvenimenti e trascurando i commenti dell’autore del diario. Infine ho confrontato con documenti d’archivio o con testi severi di storia le notizie sapute da persone vicine all’epoca narrata e le notizie contenute nel l’ accennato diario, allo scopo di presentare una storia attendibile e non un racconto fantastico, alterato dalla immaginazione o da spirito fazioso.










