Grand Tour e Paesaggio

Tra gli approcci più interessanti e suggestivi allo studio e all’interpretazione del paesaggio può senz’altro essere compresa la ricerca nell’ambito di quel complesso fenomeno sociale e culturale che fu il Grand Tour, che vide l’Italia frequentata dalla fine del seicento in poi da numerosi viaggiatori, letterati, artisti, poeti, ecc. le cui testimonianze costituiscono un vastissimo patrimonio iconografico, pittorico e letterario conosciuto solo in parte nel nostro Paese. I viaggiatori stranieri erano attratti dal “Bel Paese” – concetto poi ripreso e sintetizzato dal titolo del fortunato saggio di Antonio Stoppani, pubblicato nel 1876. L’Italia appariva una terra dalla bellezza unica agli occhi dei viaggiatori, in cui lo straordinario e vastissimo patrimonio storico, archeologico e artistico veniva a combinarsi armonicamente con l’ambiente naturale e il paesaggio, esaltati al punto da considerare in nostro Paese il “Giardino d’Europa”. Sostiene la critica d’arte Didier Bodart che furono soprattutto gli artisti stranieri a manifestare un sensibile interesse per il paesaggio italiano, sia per un senso di scoperta che offriva loro il paesaggio, sia come ricordo dei luoghi visitati . Spesso il fascino che suscitava il nostro Paese si trasformava l’Italia in meta e mito. Il viaggio in Italia costituiva una significativa fase della formazione dei giovani appartenenti alle famiglie aristocratiche inglesi e francesi.

Ma la moda contagiava nobiluomini benestanti, in grado di staccarsi dalle realtà di appartenenza per lunghi periodi, accompagnati da servitori e amici (è il caso ad esempio di Michael de Montaigne, da considerare tra i pionieri del G.T., autore de Le Journal de Voyage de Monsier de Montaigne, 1691). Alcuni di essi si facevano ritrarre con lo sfondo di paesaggi caratterizzati da rovine romane, anticipando quello che sarà l’impiego diffuso del mezzo fotografico. Per altri ancora le esperienze del viaggio stimolavano – al rientro nella terra d’origine – il racconto, talvolta rappresentato da raccolte di lettere inviate di volta in volta ad amici o parenti. Ma per quanto interessa più direttamente la ricerca sul paesaggio, assumono particolare rilievo gli imponenti flussi di artisti, di illustratori, di disegnatori e – sul finire dell’ottocento – di fotografi. In alcuni casi – il pittore o illustratore faceva parte del seguito di accompagnatori del signore di turno. Così l’inglese Joseph Addison spiega l’attrazione esercitata dall’Italia nella prefazione del suo racconto del suo viaggio nella penisola durato un triennio (dal 1701 al 1703): “Indubbiamente non esiste alcun luogo al mondo, in cui un uomo possa viaggiare e trarre maggior piacere e beneficio dell’Italia. Il paese di differenzia dagli altri paesi europei per la sua particolarità e per le sorprendenti bellezze naturali. Ha una grande scuola di musica e di pittura ed è ricco delle più preziose opere antiche e moderne di scultura e architettura. Possiede oggetti rari e una vasta collezione di ogni genere di antichità. Non c’è angolo del paese che non sia famoso nella storia, come una montagna o un fiume e che non sia stato teatro di qualche azione straordinaria. Devo confessare che esaminare queste diverse descrizioni quando si sta sul posto e confrontare l’aspetto naturale del paese con i paesaggi descritti dai poeti non è stato uno dei divertimenti minori che ho incontrato durante il viaggio.” Il Grand Tour non si impara a scuola. Si insegna marginalmente in alcuni corsi universitari, come ad esempio nell’ambito dell’insegnamento di sociologia del turismo, studiando la storia del turismo moderno, mentre in genere gli interessi sono prevalentemente letterari o artistici e di fatto ristretti ad élite accademica. Eppure in questi ultimi anni si assiste a livello locale ad una straordinaria impennata d’interesse di comunità verso la “ricostruzione” delle proprie radici, in genere circoscritta alla sola ricerca iconografica del passato di singole città, di singoli paesi e borghi. A ragione, si può parlare di “effetto vintage”. “Non c’è cittadina che non cerchi in soffitta la sua storia”, scrive Jennifer Meletti su La Repubblica del 7 luglio 2001. Una tendenza che vede pro-loco e associazioni culturali spesso impegnate nella riscoperta di tracce e testimonianze lasciate dai viaggiatori stranieri e recuperate da ricercatori locali – talvolta anche grazie alla crescente massa di informazioni e immagini disponibili in rete. Paradossalmente il fenomeno è studiato nei paesi che l’hanno generato e negli Stati Uniti .

Il rinnovato interesse per il magico mondo del Grand Tour si materializza con il crescente fenomeno delle mostre ed esposizioni d’arte legate in Italia e all’estero. Tra le più recenti, merita di essere segnalata quella allestita – dal 7 aprile al 10 luglio 2009 – dal Museo D’Orsay di Parigi – con il titolo – “Voir l’Italie et mourir: photographie et peinture dans l’Italie du XIX siecle”, che riprende la celebre frase attribuita a Goethe “Vedi Napoli e poi muori” – in cui sono stati esposti dipinti e fotografie dell’Italia dell’ottocento. Un titolo impegnativo, destinato a far riflettere con nostalgia ai paesaggi perduti di un tempo, nemmeno tanto lontano, con toni inevitabilmente critici nei confronti del degrado del patrimonio culturale e paesaggistico del nostro Paese. Un atto d’amore e forse anche di riconoscenza per l’Italia che fu, ma al tempo stesso una implicita critica per l’Italia d’oggi. Soprattutto a partire dalla ricostruzione post-bellica, dagli anni del c.d. “boom economico”, la cementificazione selvaggia, l’industrializzazione diffusa, l’edilizia legata al turismo (in particolare delle seconde case) e la crescita di periferie degradate – che investono anche siti archeologici e centri storici – stanno distruggendo l’immagine stessa dell’Italia, legata al suo straordinario patrimonio culturale, una volta inscindibile dal paesaggio naturale. Un nome dell’architettura italiana – Leonardo Benevolo – nel trarre un bilancio di questi anni, riconosce con amarezza che “I segni di questa fase di sviluppo peseranno per sempre sul paesaggio italiano”.  Da tempo l’Italia è sempre meno il Bel Paese del passato, mentre addirittura è venuta a rovesciarsi nel tempo l’immagine della stessa Napoli rispetto a quella dorata e felice della “Campania Felix” che fu, riprodotta in innumerevoli dipinti, spesso con lo sfondo del fumante e docile Vesuvio. Da anni la percezione di Napoli, della Campania è piuttosto legata all’immondizia, al degrado urbano, agli scempi urbanistici, alla dilagante illegalità ed ai deprimenti scenari di Gomorra. Un quadro che tende a peggiorare, se si considera il crollo della “Casa dei Gladiatori” a Pompei, avvenuto lo scorso 6 novembre. Quest’ultima notizia ha allarmato l’opinione pubblica dei paesi occidentali, con i media che hanno espresso la diffusa preoccupazione delle capacità del nostro paese di difendere un’eredità storica che è patrimonio culturale dell’intera umanità. Il presidente della Repubblica ha parlato di “vergogna per l’Italia”, anche sulla base dei vasti riflessi internazionali che l’episodio ha assunto. Tornano più che mai attuali riflessioni dello scrittore Giorgio Bassani, storico presidente di Italia Nostra – che in occasione di un convegno della rete internazionale della Dante Alighieri ebbe a sostenere che “il patrimonio artistico e naturale italiano è di tale livello da appartenere a tutto il mondo, è un patrimonio in qualche modo sacro”. (1981) L’itinerari del lungo viaggio degli artisti nella cultura italiana erano quelli legati alla tradizione classica e comunque portavano a Roma, in cui venivano ad incontrarsi artisti e letterati provenienti da tutta Europa. Tappe obbligate Venezia, Firenze, Roma, Napoli.

Le rovine dell’antica Roma costituivano un grande richiamo per gli artisti, che erano anche attratti da motivi paesaggistici rurali, ravvivati con l’introduzione di figure di contadini e pastori, di scorci di vita quotidiana con donne, di cui vengono spesso sottolineati i costumi. il Grand Tour contribuì fortemente allo sviluppo del genere pittorico del paesaggismo. Ad eccezione di Napoli e di Palermo, il sud – o comunque il Regno di Napoli di cui facevano parte Abruzzo e Molise – è stato ignorato o assai meno frequentato da viaggiatori stranieri nel sei e settecento (in questo periodo si registra comunque la presenza di Richard Colt Hoare, Henry Swinburne, C.U. De Salis Marschlins). Diverse le cause: l’iniziale fenomeno del G.T. era legato soprattutto alle città importanti – come quelle prima nominate; la marginalità di Abruzzo e Molise derivava dalla mancanza di strade carrozzabili, mentre diffuso era il pericolo rappresentato dal brigantaggio, dall’asprezza delle montagne e dalle stesse condizioni climatiche. Nell’Ottocento, con l’affermarsi del Romanticismo – che esaltava il carattere spirituale e sentimentale del rapporto uomo-natura – si guardò con occhi diversi all’Abruzzo, che divenne meta di archeologi, storici, alpinisti, musicisti, artisti, di cui si conosciamo in minima parte le tracce lasciate. Emblematico è il caso della scuola d’arte estiva del maestro danese Kristian Zahrtmann a Civita d’Antino. Una storia dimenticata con il terremoto del 1915 e il declino del piccolo paese della Valle Roveto. Eppure sono centinaia le opere – che quei luoghi ispirarono – esposte in collezioni e musei scandinavi. Soltanto lo scorso anno è stato possibile allestire – proprio in questa sede – una mostra dal titolo “Il lungo viaggio dal nord” con opere provenienti da collezioni italiane. Resta ancora molto da scoprire di un patrimonio culturale da ricostruire, importante e di spessore europeo. Una riflessione va fatta a proposito del paesaggio montano – che tanto attirava gli artisti stranieri – in quanto disegnato nel tempo dal lavoro spesso impercettibile di generazioni, che hanno costruito terrazzamenti, sentieri, borghi bellissimi inseriti armonicamente nel paesaggio abruzzese-molisano: se sulla costa e in pianura il degrado ambientale presenta aspetti comuni all’Italia nel suo complesso, va segnalato come nei paesi montani da tempo si manifesta un’altra insidia, l’abbandono e la desertificazione. (Testo e copyright Antonio Bini)

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