I paesaggi della Valle Roveto nella descrizione di un anonimo viaggiatore inglese di quasi due secoli fa

Per gentile concessione di Antonio Bini, pubblichiamo alcuni stralci di un racconto di un anonimo viaggiatore inglese in Abruzzo, pubblicato nell’anno 1835 sulla rivista Blackwood’s Edimburgh Magazine. Il testo, per la prima volta edito in lingua italiana, è tratto dal libro “Li chiamavano pifferari: zampognari mito dell’Abruzzo pastorale” – ed. Menabò, 2014. Nella foto, il paesaggio di Pescocanale di Capistrello tratto dalla copertina del mensile tedesco DURCH ALLE WELT (Attraverso tutto il mondo) del maggio 1938 (Archivio Antonio Bini) 

pescocanale-durch“Il fascino che ci attira a visitare le province dell’Abruzzo sta nel modo in cui la natura ci guarda, nelle loro foreste, le loro montagne, i loro precipizi, i suoi impetuosi torrenti e nelle sue storie sui briganti. Per più di venti miglia in salita – proprio vicino alla sorgente del fiume – dovevo percorrere la valle che riceve l’acqua del Liri che, sopra Sora, si chiama Val di Roveto. Ero uscito presto dal passo di Sora. Il sentiero serpeggiava lungo i pendii in alto sul lato sinistro del fiume e per diverse miglia vedevo la valle aprirsi davanti a me. E’ più profondo e più stretto che vicino a Sora, non supera mai i circa due miglia di larghezza, piuttosto è di meno. Quasi sempre il fiume scorre silenziosamente e velocemente in mezzo a rive basse sabbiose o ciottolose, ma in alcuni punti gli argini si innalzano e si avvicinano, formando dei profondi burroni rocciosi.

La sagoma del paesaggio è dolce, ondulata e varia. All’improvviso tutta l’ampiezza della valle si distende in una pianura verde, a volte le colline protendono braccia lunghe giù nel vuoto o qua e la ci sono rilievi tonde erbose e in uno o due punti i monti si aprono in gole erti che si sviluppano lateralmente verso l’alto nel cuore delle montagne. Ovunque, l’Appennino ha delle caratteristiche nettamente diverse dal paesaggio alpino appuntito e turrito; è più armonioso, con una linea più ondeggiante, ed ogni parte si fonde con l’altra impercettibilmente. La catena alpina è una fortezza costruita per il genio d’Italia con stupendi torri e fossati, baluardi e ponti: l’Appennino è una residenza estiva per riposare, per guardare giù da lunghe terrazze ariose sui giardini che si possono raggiungere scendendo delle scalinate serpeggianti. In tutta la Val di Roveto, né per il genere di vegetazione né per la sua abbondanza, non ci siamo quasi accorti di avere lasciato i ricchi campi della Campagna. Le montagne sono erbose fino in cima, sporadiche foreste ondeggiano ai pendii in alto e nelle vallate ci sono campi di grano, vigneti e uliveti in fiore; spesso si vedono grandi faggi vicino al fiume e diversi boschetti di vecchie querce, splendide nella loro forma e grandezza, tra le più belle che ho visto in Italia. Questi alberi hanno sopportato il freddo dell’inverno, ma il fogliame – sebbene marrone e morto – è rimasto appeso ai rami, spesso coprendolo fittamente come nello splendore verdeggiante dell’estate. Testimoniano la mitezza con cui l’inverno visita l’Italia; il vecchio ladro si addolcisce per la bellezza della sua vittima e il suo tocco è delicato come quello di un amante.

La vallata consiste principalmente in terreno coltivato e non è molto abitata. Quasi non ci sono delle case isolate, ma un buon numero di piccoli borghi e diversi villaggi. Quello situato più in basso, Balsorano, è anche il più grande, contando – come mi hanno detto – circa mille anime. Visto dalla strada che passa sotto il paese, la sua collocazione è notevolmente pittoresca – a strapiombo sopra il paese e il burrone, in mezzo a rocce e fitti faggeti, c’è una rocca nera e tetra. Un altro villaggio, chiamato Morino o Morrea, si trova in un bel posto tra collinette erbose all’ingresso di una gola fra le montagne. Il Governo aveva fatto dei rilevamenti e tracciato il corso per una strada praticabile con mezzi, ma la strada non era ancora costruita e il vecchio sentiero era alquanto intransitabile per qualsiasi mezzo con le ruote. In tutta la giornata ho incontrato meno di una dozzina di viaggiatori. Una cima dolce dalla forma conica si adagia sopra i dirupi e spostando lo sguardo di nuovo verso il basso si vede a sinistra un fitto faggeto che si stringe ai piedi della montagna. Guardando giù a valle abbiamo un paesaggio che in questo momento è straordinariamente bello. La sua bellezza è creata dalla luce tenue e dalle dolci sfumature del tramonto. La matita non potrebbe descrivere né il trasparente specchio del fiume, né le collinette boscose, né i dolci pendii della montagna erbosa. In alto sulla montagna, al lato sinistro del fiume, c’è una chiesa, una torre e un gruppo di case tra gli alberi.

E’ Civita d’Antino, un paese di cui si dice di possedere qualche antichità e di essere il sito di un’antica città marsicana, degna di nota. Voltandoci verso il paese sottostante e guardando oltre l’altra sponda del fiume, potremmo fare una simpatica composizione d’immagine, raggruppando in primo piano una o due di quelle facciate senza finestre con delle travi che sporgono come un fabbricato annesso per attrezzi; al centro ci sarebbe l’alto campanile a pianta quadrata della piccola chiesa che si erge su cespugli di mirto e muretti rovinati. Dall’altra parte del fiume si innalzano le colline che in alto portano macchie di sottobosco e finiscono in una linea dolcemente ondeggiante. C’è un punto all’orizzonte che sembra una croce e che indica il punto in cui un prete missionario è stato assassinato.La mattina dopo me ne andai all’alba seguendo il fiume più in alto. Dopo alcune miglia mi pare che la vallata finisca davanti a me, la montagna si abbassa sui lati e estese colline informi sembrano sparsi casualmente nella valle. Finalmente arrivai ad un punto dal quale potevo vedere cosa mi aspettava. Proprio di fronte, a poca distanza il fiume scorre gorgogliando da sotto un vecchio ponte di pietra, accanto al quale c’è un mulino in un boschetto. Sulla destra, direttamente dal ponte si erge una rupe scoscesa e sabbiosa cosparsa di cespugli. Dietro il ponte, da un lato all’altro della valle stretta e lunga, si estende una parete rocciosa alta duecento o trecento piedi, con un paese (Pescocanale; nel testo originale Peschio Canale) appollaiato in cima. Alcune case strapiombano il precipizio al di sopra delle quali una piccola fortezza mostra i suoi bastioni. Sembra che il fiume nascesse proprio qui, ma questo posto è solo l’ingresso di una gola profonda e stretta, lunga circa un miglio, particolarmente formidabile come posizione militare e di impressionante bellezza paesaggistica. Dal ponte la strada serpeggia in salita sulla destra della collina, lasciando a sinistra il fiume molto in basso e l’alta roccia erbosa su cui è costruito il paese. Poi la strada segue con poco dislivello, a circa metà altezza della parete, una linea tortuosa di precipizi, a volte tagliata nella roccia e a volte costruita sui pendii. Le rocce sottostanti sono quasi ovunque a picco sui margini del fiume e sporgono in alto dagli alberi sparsi, mentre attraverso un’apertura casuale vediamo di sfuggita altre colline alberate dalla forma tondeggiante. Il passo diventa più ripido e più stretto fino al punto in cui viene bloccato dalla roccia sulla quale è costruito il paese di Capistrello. Vicino ai piedi di questa roccia in una piccola valle profonda e oscura, attraverso la quale il fiume salta in rapide, l’eccezionale canale sotterraneo dal grande Lago di Celano o Lago Fucino si getta nel Liri. Giriamo verso est fuori dal Val di Roveto, lasciando alle nostre spalle Capistrello e le montagne che, ad ovest della valle formano il confine romano. Ci troviamo in una pianura spoglia di circa un miglio e mezzo in lunghezza e larghezza, chiusa davanti a noi e sulla nostra destra e sinistra da colline ripide ma non alte. Le colline davanti a noi non ci fanno vedere il lago e il canale, che inizia ai suoi margini, penetra per tre miglia nelle viscere della montagna e della pianura dove ci troviamo.”

I commenti sono chiusi.