La lezione di Franco Arminio. Memoria, umanità e tutela del paesaggio fattori per contrastare il declino dei piccoli comuni delle aree interne dell’Appennino.

Riflessioni su un convegno a Capistrello. (di Antonio Bini) Nella lunga estate delle sagre, di eventi pseudoculturali e di selezioni di miss a declinazione illimitata, si distingue l’intelligente iniziativa promossa il 7 settembre 2013 dall’Associazione Centro Iniziative Culturali (CIC) di Capistrello che, nell’ambito della manifestazione denominata Serate Archeologiche, ha voluto dedicare uno spazio alla presentazione dell’ultimo libro di Franco Arminio “Geografia commossa dell’Italia interna”, edito da Mondadori.

Il libro è stato lo spunto per una riflessione più ampia sulle dinamiche riguardanti la vita dei paesi, la loro trasformazione negli ultimi decenni, il rapporto con la città, l’abbandono progressivo delle attività rurali e della pastorizia, lo stesso declino demografico, l’invecchiamento della popolazione e comunque la persistenza di fattori positivi che pure continuano a sopravvivere nelle piccole comunità.

Franco Arminio, poeta e scrittore impegnato da anni nella descrizione e soprattutto nella ricerca di quei valori che tuttora sono in gran parte rintracciabili nei piccoli paesi, ha iniziato il suo intervento sottolineando la profonda dignità della gente di Capistrello che, come gli hanno riferito, si ferma in segno di lutto, in coincidenza con la morte di un proprio concittadino. Secondo antiche abitudini, l’intero paese, come altri della zona, partecipa a quello che diventa lutto collettivo. Arminio avverte come oggi si tenda anche nello stesso nucleo familiare a normalizzare la morte del nonno, mandando a scuola i nipoti come se nulla fosse, trattenendoli invece a casa se solo accenna a nevicare.

Lo scrittore, con un linguaggio semplice e comprensibile da tutti, ha esaltato la vita dei paesi, la possibilità di raggiungere importanti traguardi professionali anche senza trasferirsi necessariamente in città, sottolineando l’esigenza di recuperare e valorizzare la memoria, custodire e tutelare il territorio, il paesaggio urbano e rurale, che temdono ad essere compromessi anche da un’insufficiente cultura e sensibilità dei singoli cittadini.

E guardando le montagne circostanti la piazza S.Antonio, visibili alla pallida luce lunare, sottolinea che “queste belle montagne sono vostre, come pure i paesi. Tutti devono sentirsi responsabili, non solo gli amministratori locali”. Una riflessione del tutto condivisibile, che trova difficile pratica quando talvolta l’esasperazione dei contrasti politici, o meglio dei meccanismi delle appartenenze, agiscono sul terreno di una società civile fragile, allontanando anche risorse umane e professionali eventualmente disponibili.

(Foto di Capistrello tratta da “L’Aquila e provincia” Ente Provinciale per il Turismo L’Aquila, 1942)

Ma ha ancora senso parlare di “politica” in tanti micro-comuni, in regioni come l’Abruzzo dove un terzo dei comuni della regione è al di sotto dei mille abitanti, con 55 comuni che non superano la soglia dei 500 abitanti ? Certo c’è talvolta rassegnazione, si tende a chiudersi in se stessi, nelle proprie case, rinunciando ad incontrare gli altri. In alcuni casi, non manca nei paesi la figura del disfattista, sostiene con amara ironia lo scrittore, quasi descrivendone i tratti tipici, che pare non abbia altro obiettivo che quello di trasferire le proprie frustrazioni, i propri fallimenti alle giovani generazioni, che invece dovrebbero essere spinti ad avvicinarsi alla conoscenza della storia della storia del proprio paese, a guardare positivamente al proprio futuro, anche senza pregiudizi rispetto ai mestieri tradizionali.

Si tratta di aspetti che presuppongono lunghi processi di osservazione delle dinamiche reali dei paesi, secondo modelli diffusi. Una prospettiva interessante che sembra emergere dall’ultimo libro è quella spinta ideale a guardare con favore all’apertura dei paesi verso un territorio più ampio, che Arminio invidua nella fascia appenninica, che chiama “Mediterraneo interiore”, area che appare, a suo dire, molto più omogenea di quanto a prima vista può ritenersi.

Si tratta di idee e tensioni sociali che vanno oltre i libri e che attraverso il festival “La luna e i calanchi”, ideato dallo stesso Arminio a Aliano (paese raccontato da Carlo Levi in “Cristo si è fermato ad Eboli”), si trasformano in una sorta di laboratorio per confrontare e sviluppare nuovi modelli di sviluppo locale. In questo contesto sarebbero da approfondire – rispetto alla visione non propriamente unitaria del modello paese in Italia – le variabili che incidono in modo differente tra comune e comune, con comunità coese, legate alla propria identità e al tempo stesso dinamiche, capaci di attrarre risorse umane e investimenti, rispetto ad altre realtà statiche, scarsamente coese e non in grado di costruire reali percorsi di sviluppo o di contrasto del declino.

(Franco Arminio, al suo fianco Vincenzo Nuccetelli)

Durante l’incontro sono intervenuti Vincenzo Nuccetelli, delegato per l’Abruzzo dell’Associazione Borghi Autentici, il quale ha sottolineato i principi che caratterizzano l’Associazione e la recente adesione dello stesso comune di Capistrello, (una foto dell’antico borgo del 1942 – senza andare più indietro nel tempo – può aiutare a leggere le rilevanti trasformazioni intervenute).

In chiusura, è intervenuto Antonino Lusi, sindaco di Capistrello, che riprendendo l’apprezzamento iniziale di Arminio per la tradizione tuttora presente che vede la partecipazione collettiva al lutto, ha espresso l’opinione che umanità e solidarietà dovrebbero manifestarsi non solo in caso di morte, ma nella vita di tutti i giorni, che invece registra divisioni e contrasti, che coinvolgono anche le diverse associazioni culturali attive sul territorio. Ma il sindaco ha sollevato una interessante riflessione controcorrente, sottolineando la singolare corsa di molti paesi a fregiarsi del titolo di città, ribadendo con orgoglio che i paesi debbano così continuare ad identificarsi. Una posizione condivisibile, non meno della crescente moda di conseguire etichette, bandiere, ecc., generalmente legate alle aspirazioni di sviluppo turistico del comune.

In chiusura dell’incontro ho scambiato alcune opinioni con Franco Arminio sul processo di desertificazione delle aree montane dell’Abruzzo interno, accelerato dal sisma del 6 aprile 2009. Nell’occasione ho dato allo scrittore il libro “Anders Trulson è qui”, edito da D’Abruzzo-Menabò, scritto con mio fratello Sergio Bini, che ha fatto riemergere la memoria perduta del pittore svedese sepolto a Civita d’Antino, nella Valle Roveto, la cui storia, dopo il catastrofico terremoto della Marsica di un secolo fa, è stata avvolta dall’oblio insieme a quella dello stesso paese. In un passaggio del racconto, che poneva in confronto l’odierno silenzio con la Civita che all’inizio del secolo scorso contava 2000 abitanti, mi ero ispirato ad un’efficace concetto espresso da Arminio sul vecchio e smarrito “alfabeto dei paesi”.

La lezione di Arminio, credo diretta soprattutto ai giovani, è in fondo proprio quella di portare chi vive nei paesi ad interrogarsi sulle radici del vivere comune nelle singole realtà territoriali come passaggio indispensabile per ritrovare le ragioni per orientare e costruire consapevolmente il futuro del territorio. Un percorso tutt’altro che semplice, forse anche utopistico, che presenta, soprattutto di fronte a minori risorse finanziarie disponibili, l’unico dei pochi scenari percorribili per salvare dall’inarrestabile declino molti piccoli paesi delle aree interne.

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