La Valle Roveto Durante la Repubblica Romana e L’Impero | Storiografia della Valle Roveto

Che avvenne dopo l’episodio del castello espugnato presso il Fucino dai Romani? Mai nominata, la valle del corso superiore del Liri fu certamente ora partecipe delle fortune di Roma, ora spettatrice dei gravissimi rovesci delle legioni romane, ora vittima di saccheggi e di devastazioni. Siamo arrivati al 340 a. C.. Era in pieno svolgimento la Guerra Latina. Tutta la nostra valle brulicava d’armati, pur non essendo spenti del tutto gli echi delle battaglie, sostenute da Roma contro i Volsci. Sora era caduta da cinque anni, nel 345, in mano dei Romani, ormai lanciati nella via delle conquiste e decisi a controllare le strade di Valle Roveto e della conca del Fucino. Non sappiamo l’itinerario delle legioni romane che affrontarono nel 340 la lega dei Latino-campani. “Per Marsos Pelignosque profeeti”, dice Tito Livio, i Romani, assieme ai Sanniti, divenuti in quella circostanza alleati, giunsero a Capua e vinsero in una grande battaglia campale, alle falde del Vesuvio, i due popoli collegati. Gli storici non sono d’accordo e non sono convinti del luogo della battaglia e pensano che la battaglia si sia svolta in altra lo­calità, diversa da quella combattuta alle radici del Vesuvio. Però accettata come vera la notizia di Tito Livio, è da ritenere che i Romani, almeno in parte, attraversando il territorio dei Marsi, onde venire in aiuto dei Sanniti, conducessero le loro legioni per la Valle Roveto, a meno che non abbiano voluto penetrare nel Sannio ad oriente della Marsica, per le vie che sboccavano nel Molise e nella piana di Venafro. I Romani forse scelsero l’itinerario più lungo perché, passando per il Lazio inferiore, avrebbero dovuto affrontare due eterni nemici di Roma: gli Ernici e i Volsci. Subito dopo divampò la seconda guerra sannitica e Valle Roveto fu frequentemente percorsa dalle colonne dei soldati romani e sanniti, che a marce forzate, costeggiando il corso superiore del Liri, si affrontavano in una lotta senza quartiere, decisi gli uni e gli altri a conquistare o a conservare l’egemonia dell’Italia centrale. Valle Roveto era in una posizione troppo centrale per essere trascurata e perchè non subisse le conseguenze di una durissima lotta. Il suo possesso significava per i Romani una insidia di meno contro nemici agguerriti, come i Sanniti. Nello stesso tempo, le legioni dei consoli, potendosi muovere liberamente in Valle Roveto, erano in grado di portare aiuti in ogni momento ai Marsi e agli altri loro alleati, se d’improvviso fossero stati dai nemici aggrediti alle spalle.

Anche per i Sanniti rappresentò la Valle Roveto un punto strategico di estrema importanza, come la via più breve per punire i Marsi, collegati coi Romani, e come adatta alle insidie contro le legioni romane, che si spostavano continuamente da nord a sud o da sud a nord. Prova che anche in Valle Roveto si facessero sentire le alterne vicende della guerra, fu il caso di Sora. Sora, infatti, che si può chiamare, venendo dal sud, la porta d’ingresso di Valle Roveto, già presa dai Romani nel 345, fu conquistata e perduta, riconquistata e riperduta da Romani e Sanniti. Non diversa dovette essere la sorte della Valle Roveto. È la disgrazia delle terre troppo vicine a località ove si scontrano gli eserciti che lottano per l’egemonia e spesso decidono dei destini dei popoli. I Romani, già sognando il dominio d’Italia e guardando ancora più lontano, oltre il Sannio, verso l’Apulia, vollero sgombre da nemici tutte le vie, che potessero costituire ostacoli alla loro avanzata. Così la Valle Roveto, passaggio dalla zona montuosa alle pianure della Campania, conobbe e forse ne fece le spese, le alterne vicende, di cui fu teatro per circa mezzo secolo il corso del Liri, dalla sorgente a Minturno, nella lunga contesa, nella quale i Romani gettarono tutte le forze e le risorse per avere la meglio sui valorosi montanari del Sannio. Nel frattempo altri popoli, alleati di Roma, profittando di una guerra lunga e sanguinosa, che vedeva i Romani impegnati a fondo contro i Sanniti, si ribellarono. Anche i Marsi ripresero libertà d’azione. Essi subornati dai Sanniti, coi quali vantavano origini comuni, si ribellarono e combatterono strenuamente. Poi, vinti dai Romani, come lo furono gli Equi ed altri popoli ribelli, si piegarono e nel 308 chiesero la pace. La seconda guerra sannitica si chiudeva col completo trionfo di Roma e il bellicoso popolo marso, sempre vigile e sospetto, tornò alle cordiali relazioni con Roma, stringendo con essa una nuova alleanza, anche se senza convinzione. Fu tregua soltanto e non pace. La straordinaria espansione di Roma impressionava troppo i popoli italici. A Sora, ad Alba, poi a Carsoli furono inviate colonie romane. E i Marsi, questo era il loro timore, prevedevano che anche essi sarebbero stati assoggettati, un giorno o l’altro, dalle aquile romane. Ecco il motivo che spinse i Marsi, tornati alleati di Roma a ribellarsi una seconda volta nel 303 a. C. e a prendere le armi contro di essa. Fulminea venne la reazione degli eserciti romani. Che la guerra contro i Marsi sia stata portata attorno a questi anni è confermato dai Fasti Capitolini. Anche i Fasti Trionfali riportano per la stessa epoca il trionfo sui Marsi del dittatore Valerio. Con manovra impetuosa, nel 302, Valerio Massimo si scontrò coi Marsi, accorsi a difendere con la forza Carsoli, ove i Romani avevano inviato una colonia. Il dittatore in un solo combattimento batté i Marsi e li chiuse nelle loro munite città.

L’esercito romano vincitore, proseguendo nella sua azione of­fensiva, dilagò nel territorio marso, in pochi giorni si impadronì di Milionia, Plestina e Fresilia, e, dopo avere imposto ai Marsi quale multa la terza parte del loro agro, li costrinse a rinnovare l’alleanza. Ha bisogno il passo di Tito Livio di essere considerato attentamente. A parte il magistrale periodo latino e il drammatico inseguirsi degli avvenimenti descritti dallo storico, due rilievi non possiamo trascurare di fare. Tito Livio accenna ad urbes munitas: sicuramente tra queste si trovava anche Antino, la quale, fino ai nostri giorni, come ho già detto, conserva visibili cinte di mura; e forse tra le città fortificate, di cui parla lo storico romano, si trovavano altri castelli di Valle Roveto, oggi scomparsi. Oltre a questa prima riflessione legittima, crediamo opportuno ripetere, come tanti altri storici recenti e lontani. Dove sorgevano Milionia, Plestina e Fresilia? Molti hanno tentato di individuare le tre località, ma invano. Quali le ragioni? Innanzi tutto le tre città sono state nominate una sola volta da Tito Livio, tranne Milionia, ricordata pure nel capitolo 34° dello stesso libro X dallo storico romano; in secondo luogo in altri storici romani, per un eventuale raffronto, mancano ac­cenni e riferimenti anche lontani dei tre paesi; infine su di essi nessun elemento è emerso dalla archeologia. Chi ha collocato Plestina del capitolo 3° del libro X di Ab Urbe condita nel Piceno si è messo, penso, fuori della realtà. Roma era in guerra coi Marsi e coi Castelli dei Marsi… Come scontrarsi con essi così lontano, a tanta distanza dalla Marsica? Altri, come il Colantoni, hanno fissato le tre località nell’alta valle del Sangro; nelle vicinanze di Opi e Pescasseroli, Fresilia e Plestina; presso le rive del Giovenco, immissario del Fucino, Milionia. Sono esse semplici congetture e nulla più. Fresilia ha trovato un’altra ubicazione: Civitella Roveto. Ma su quale base storica? La sola archeologia potrebbe tuttora le tre città marse; per ora rimangono ignote e forse aspetteremo ancora un pezzo! Una ultima considerazione su questa guerra che piegò la gente marsa ai voleri di Roma. Tito Livio descrive la campagna militare del dittatore Valerio con rapidità vertiginosa, e, volendo esaltare in modo superlativo le gesta dei Romani, come sempre fu nel suo costume, ci presenta i Marsi quasi alla mercé di Roma. Nulla può indurci a crederlo, perché i Marsi non furono battuti facilmente; i Romani conoscevano il loro valore e avevano da tempo stretto con essi rapporti cordiali di amicizia o firmato patti ed alleanze. Noi invece pensiamo che i Marsi, anche se alla fine furono sopraffatti, si difesero valorosamente, fedeli alle tradizioni lontane della loro stirpe, fino all’estremo delle loro forze. Nel 298 ha inizio la terza guerra sannitica. Il console romano Quinto Fabio Massimo, il primo e non il Temporeggiatore, irrompe con l’esercito nel Sannio.

La Valle Roveto ancora una vol­ta è prossima ai luoghi che decideranno del conflitto e forse attraverso di essa, calando dalla Marsica, tornata da poco alleata di Roma, e per il territorio di Sora, come dice Tito Livio, passeranno le legioni di Fabio che stringono in una morsa i Sanniti, già premuti al sud dalle legioni di Decio, l’altro console romano. Neppure dopo la battaglia del Sentino si diedero per vinti i Sanniti e i Romani furono costretti nuovamente ad affrontare gli irriducibili nemici delle zone montuose dell’Appennino centromeridionale, che invano tentavano arrestare la marcia di Roma. Quando poi, per ordine del Senato, i soldati romani affluirono in Sora da vari accampamenti per dirigersi contro i Sanniti, la Valle Roveto fu senza dubbio una delle vie percorse dagli eserciti romani che si concentravano nella città sul Liri. Nel frattempo veniva conquistata dai Romani Milionia. Fu la Milionia marsa del 302 o altra località? Erano tornati i Marsi nemici di Roma o le erano rimasti alleati? Furono quelle le ultime epiche giornate della lotta semisecolare tra Romani e Sanniti: questi avevano trovato insperati alleati negli Etruschi e negli Umbri durante la terza guerra, combattuta contro Roma con la forza della disperazione. La resa dei Sanniti avvenne nel 290 a. C. Le ultime vittorie romane furono a Cominio e ad Aquilonia. Ormai Roma si era aperta la strada verso Taranto e l’Apulia. La Marsica e la Valle Roveto, ora come amici ora come avversari, avevano visto gli eserciti romani protesi alla vittoria, incontrastati dominatori di tutti i popoli dell’Italia centrale. Passata la regione dei Marsi sotto il controllo di Roma, le città e i villaggi posti attorno al lago del Fucino o in Valle Roveto godettero di alcuni privilegi, ma non di pieni diritti, come i cittadini romani. Roma aveva trattato sempre con metodi diversi i suoi sudditi e riuscì a tenere per molto tempo ubbidienti e in grande soggezione i popoli italici, sottomessi dalle sue legioni solo dopo aspre battaglie. Ma quale fu il trattamento riservato fino alla guerra sociale ai Marsi, ad Antino e agli altri abitanti di Valle Roveto? I Marsi durante le guerre sannitiche furono obbligati a far passare per i loro confini gli eserciti romani, furono trattati come alleati ed ebbero quasi uguali diritti. È vero che ricevevano aiuti in caso di attacco nemico e conservavano le loro istituzioni, ma non si trattò mai di vera uguaglianza. Mancò certamente il suffragio e con esso mancò la possibilità di divenire magistrati romani.

I popoli italici, sempre col miraggio di ottenere un giorno la cittadinanza romana, che solo poche città ebbero subito ed altre molto tardi, continuarono a seguire Roma nella sua mirabile ascesa e a contribuire con valorose coorti alle lunghe e vittoriose campagne contro Pirro, Cartagine e i nemici dell’Oriente. Purtroppo la promessa fatta da Roma di concedere la cittadinanza ai suoi alleati non fu mai mantenuta e fu questa inadempienza, ripetuta ad ogni fine di pericolo o di guerre, a creare risentimenti sempre più gravi. I rapporti fra Roma e i popoli d’Italia si fecero sempre più tesi. Così quelle valorose genti italiche che avevano, con forze spesso determinanti, concorso alla fortuna di Roma, dopo aver tentato durante una lunga attesa tutte le vie pacifiche, la ruppero final­mente con i Romani e presero le armi. Scoppiò la funesta guerra Sociale o Italica o Marsa, chiamata anche così, perché i Marsi, il popolo della nostra regione, ebbero un posto non ultimo nella lotta furibonda che insanguinò, per circa tre anni, dal 91 all’88 a. C., le terre d’Italia. Fu una vera calamità nazionale che divampò come un incendio da Ascoli Piceno alla Lucania, dall’Etruria all’Apulia, passando a guisa di uragano devastatore nelle terre abitate dai Marsi e dalle altre stirpi sabelliche. Non è mio compito rievocare il disperato tentativo degli Italici collegati, i quali, ribellandosi a Roma, reclamavano l’adempimento di secolari promesse. E ne avevano il sacro diritto, meritato per il valore, dimostrato in cento battaglie, e per la partecipazione alle vicende fauste e nefaste della storia di Roma, durante i secoli terzo e secondo avanti Cristo. Basandosi sulle molteplici fonti di scrittori greci e latini, su questo immane conflitto, al quale parteciparono fra Romani e Italici circa 300 mila uomini, hanno scritto pagine esaurienti e veramente interessanti gli storici marsi, Muzio Febonio, Antonio Corsignani e Luigi Colantoni. Perciò ad essi rimando coloro che sentono la passione delle patrie memorie, mentre ricordo ancora una volta ai miei lettori che il mio lavoro è limitato alla sola Valle Roveto. Accenno appena che i Marsi, come il popolo ribelle più vicino a Roma, vissero di quella guerra forse le ore più drammatiche, scrivendo nello stesso tempo pagine di grandezza e di gloria. E nemmeno si può dimenticare che uno dei duci più intrepidi di quel conflitto fu un cittadino marso, Pompedio Silone. Questo strenuo difensore della libertà si rivelò il principale animatore alla resistenza e uno dei più geniali strateghi di una guerra, che vide capi delle legioni romane, fra gli altri, uomini della statura di Caio Mario e di Lucio Silla, l’uno già vincitore di Giugurta e dei Cimbri, l’altro vincitore di Mitridate, qualche anno dopo. Invece è mio desiderio, nella presente monografia storica sulla Valle Roveto, ricordare la parte avuta dalla nostra terra in quel gigantesco conflitto che lo storico Floro ritenne il disastro maggiore e la calamità più funesta dell’epoca, quando il fior fiore dei più Valorosi e fedeli municipi volò sotto le bandiere dei grandi comandanti italici.

In realtà fu per gli Italici sempre doloroso il somministrare per lunga serie di anni e in tante guerre un doppio numero di fanti e di cavalieri senza essere partecipi dei diritti di Roma. Roma, che per opera degli Italici era pervenuta alla grandezza, non ricompensò mai uomini della stessa natura e dello stesso sangue, ma li disprezzò quasi come stranieri. Forse in nessuna circostanza e mai tanto frequentemente, come durante la Guerra Sociale, la Valle Roveto fu zona di movimenti e di celeri manovre militari, e nello stesso tempo di insidie tese ai Romani da parte degli eserciti collegati. Mai, come in quegli anni di lotte fratricide, la Valle Roveto vide tante volte risalire la corrente tortuosa e precipitosa del Liri le legioni romane; e mai forse le boscaglie dei colli che si innalzano a sinistra e a destra del Liri offrirono tante occasioni di agguato alle valorose truppe marse contro gli agguerriti eserciti di Roma. Pur non volendo descrivere tutte le fasi della Guerra Marsa, posso però tacere la battaglia in cui morì il console romano Rutilio. La battaglia, combattuta l’undici giugno del 90 a. C. fra il console romano Rutilio Lupo e il comandante marso Vezio Scatone, avvenne sulle rive del Toleno (Turano) oppure sulle rive del Liri? Gli storici che ci hanno tramandato lo scontro sanguinoso, tanto nefasto alle armi romane, sono di diverso parere. Ovidio, in un verso dei Fasti, sta per il fiume Toleno. E della stessa opinione del grande poeta peligno è anche lo storico Orosio, dove leggiamo che le acque del Toleno trasportarono i cadaveri dei soldati romani, uccisi nella battaglia. Appiano invece, che ci dà nella sua storia notizie più particolareggiate della Guerra Sociale, assegna la battaglia alle rive del Liri. Pur a tanta distanza di tempo dagli avvenimenti e in possesso di così scarse e contraddittorie notizie, riteniamo giusto avanzare delle domande. Come avrebbe trasportato il Toleno i cadaveri dei Romani uccisi, se esso è appena un piccolo ruscello quando scorre nelle terre ove si svolse la presunta battaglia? Questo interrogativo trova invece una risposta se il combattimento lo diamo avvenuto sulle rive del Liri. Il Liri, infatti, accresciuto dalla confluenza di altri ruscelli, appena uscito dalla Valle della Nerfa, entrava in Valle Roveto, almeno fino a pochi anni fa, già abbondante di acque, con corrente precipitosa e con letto abbastanza largo in molti punti, fin da Pescocanale e poi fino all’altezza di Morino. Il Toleno (Turano) invece scorre placido nella pianura. Tra gli storici vi sarà stata sicuramente confusione. Come osserva giustamente il Colantoni, in Ovidio ed in Orosio si sono confusi molto probabilmente il combattimento tra Silone e il romano Didio, avvenuto sulle rive del Toleno, e la battaglia che andiamo ricostruendo tra Rutilio e Vezio Scatone, avvenuta in Valle Roveto, sulle rive del Liri. Fu anche facile confondersi, come afferma ancora lo storico marso già citato, perché le sorgenti del Toleno non sono molto lungi da quelle del Liri, con la differenza che il primo per la valle reatina va a finire nel Velino, e l’altro, il Liri, nato presso Cappadocia, scorre prima nella Valle della Nerfa, entra poi sotto Pescocanale nella Valle Roveto, per andare dopo un corso di 158 chilometri a sfociare nel Mar Tirreno nei pressi di Minturno.

Data la prossimità delle sorgenti dei due fiumi e data la vicinanza dei due combattimenti, nello spazio e nel tempo, sarà stato molto possibile l’errore. Ma torniamo ad Appiano. Lo storico Appiano dunque parla di una valle (valle quadam). E la Valle Roveto, in quel tempo poco abitata, si prestò al tranello. Il piano, già preparato forse da Silone, fu eseguito alla perfezione dall’esercito di Vezio Scatone, il quale, come nativo della Marsica, conosceva palmo a palmo le asperità e le insidie naturali della nostra valle. I fatti più o meno si dovettero svolgere così. Il console Rutilio e il suo luogotenente Mario avevano costruito sul Liri due ponti, a poca distanza l’uno dall’altro, con l’intenzione di aggredire al momento più favorevole Vezio Scatone, il cui accampamento si trovava, al di là del fiume, più vicino all’esercito di Mario. Appena i soldati di Rutilio iniziarono il passaggio del fiume, improvvisamente piombarono su di essi gli uomini di Vezio Scatone, che aveva trasportato di notte tempo dall’accampamento le sue truppe e le aveva nascoste in agguato, riuscito poi fatale ai Romani, nelle vicinanze del ponte costruito dal console Rutilio. Era l’alba. Assaliti di sorpresa, quelli dei Romani che avevano già attraversato il ponte e messo piede alla riva opposta furono uccisi; gli altri, precipitati dal ponte nel fiume, furono travolti dalle acque. Lo stesso console Rutilio, ferito al capo nell’imboscata, perdette la vita. Mario, che era già sul punto di passare l’altro ponte, avendo capito subito il disastro toccato al console dai cadaveri trasportati dalle acque del Liri, si affrettò a passare il ponte e ad espugnare senza colpo ferire l’accampamento dei Marsi, rimasto sguarnito di difensori. Orosio fa salire ad 8000 gli uomini uccisi con il console Rutilio e con molti nobili romani nella battaglia. Lo stesso storico scrive che 8000 anche furono i morti dei collegati e dei Marsi dopo l’espugnazione dell’accampamento di Vezio Scatone. Fu una vera carneficina da ambo le parti. I Marsi furono costretti a rimanere nascosti la notte seguente alla battaglia tra le selve dei colli e dei monti vicini; poi, di buon mattino, il 12 giugno, per mancanza di viveri, lasciati nell’accampamento, che Mario, profittando della loro sortita vittoriosa, aveva occupato, trovarono scampo riparando nei prossimi castelli della Marsica. Se il combattimento ebbe luogo in Valle Roveto, come è probabile, anche Antino dovette essere una delle città ad accogliere i Marsi fuggiaschi, scampati alla vendetta e all’inseguimento di Mario, che aveva facilmente sbaragliato i pochi soldati, rimasti a fronteggiarlo nell’altro ponte. Ma dove, ammettendo questa versione, erano accampati i due eserciti romani e l’esercito dei collegati italici? Senz’altro i primi due alla destra del Liri e l’esercito dei collegati alla sinistra, quest’ultimo intento a spiare le mosse di Rutilio e di Mario. È da ritenere che gli eserciti di Roma avessero ancora una volta risalito dal sud la corrente del fiume, come in tante guerre passate, e per la strada, che da Sora lungo la destra del Liri raggiungeva la Via Valeria, avessero avuto il compito di premere dalla regione dei Volsci in direzione della Marsica, con l’intenzione di riunirsi con gli eserciti romani, operanti nella zona di Carsoli e del Cicolana, come in una grande manovra a tenaglia. Se la sanguinosa battaglia si svolse in Valle Roveto, penso che i tre eserciti avevano peso posizione sui colli che si levano di qua e di là del Liri, nel lungo tratto che da Morino e da Civitella Roveto va alla stretta di Pescocanale.

E non era piccolo il campo d’azione. Il console Rutilio quindi, sordo ai consigli di Mario che lo aveva avvertito ed esortato ad esercitare più a lungo i suoi soldati ancora inesperti negli accampamenti, quando, passando il Liri, credette sorprendere un nemico, ritenuto indeciso a dare battaglia, rimase sorpreso in modo clamoroso. Lo assalirono infatti con decisione estrema i soldati del marso Vezio Scatone, tenuti nascosti nella notte nelle prossime alture e poi sbucati da ogni parte minacciosi attorno al ponte costruito dai Romani. Anche se la battaglia si svolse sul fiume Turano, come pensano anche il Mommsen e il Pareti, o comunque siano andate le cose in questa singolare vicenda della Guerra Sociale, è da credere fermamente che la Valle Roveto restò sempre un punto strategico di particolare importanza durante tutto il periodo della lotta. Al termine del duello tra Romani ed Italici, di quel triennio che riempì di lutti e di morte Roma e l’Italia, i Marsi e gli Italici, pur costretti ad innalzare bandiera bianca, ottennero la sospirata cittadinanza romana. Una conquista che meritavano popoli amanti della libertà, in Compenso del loro valore e in nome delle loro tradizioni più sacre! La Valle Roveto, dopo la Guerra Sociale, pur risentendo come tutte le altre province d’Italia i turbamenti che accompagnarono le lotte civili e funestarono la Repubblica Romana fino all’Impero, dovette godere relativamente di un periodo di calma e di benessere. Ormai, dopo aver ottenuto i diritti dei cittadini romani, i Marsi contribuirono, come prima, alle fortune di Roma, costretta, all’indomani della pacificazione delle stirpi italiche, ad affrontare gravi problemi alle frontiere. I generali romani, che spostavano continuamente gli eserciti dal Reno all’Eufrate, ebbero nelle invitte legioni soldati valorosi di tutti i popoli italici; e non è immaginazione la mia affermare che cittadini della Marsica e di Valle Roveto conobbero i confini più lontani dell’Impero Romano e combatterono sulle rive del Danubio e lungo i fiumi favolosi dell’Oriente contro i barbari minacciosi. i quali già carezzavano la speranza di scardinare il grande edifizio costruito con sapienza e tenacia dai consoli e dai Cesari e conquistare le fertili terre dell’Europa mediterranea. C’è nella storia di questo tempo il buio più nero per Valle Roveto. Le fonti storiche si fanno sempre più rare, mentre gli avvenimenti di portata storica si svolgono troppo lontano da noi; e ricostruire la storia locale di quel periodo diventa un’impresa impossibile. E non solo è impossibile per la nostra terra, che quasi scompare di fronte allo spettacolo straordinario di un Impero che domina dalla Brettagna alla Mesopotamia, dal Mar Rosso al Mar del Nord, ma tentare di farlo diventa impresa ardua e difficile anche per città e regioni più importanti della nostra valle. Come la Marsica, anche Valle Roveto divenne un cantiere di lavori e di opere verso la prima metà del primo secolo della nostra era. Dal 41 al 52 d. C., con la ripresa del vecchio piano di Giulio Cesare di prosciugare il lago Fucino, fu costruito l’Emissario Claudio. La galleria di Monte Salviano, lunga circa 6 chilometri, che scaricava le acque del Fucino nel Liri, non bastò da principio a prosciugare completamente il lago, e perciò fu approfondita maggiormente.

Il tunnel, opera gigantesca per quell’ epoca, fu inaugurato con grandi feste nell’ estate del 52 d. C.; purtroppo esso continuamente si ostruiva per mancanza del regolare lavoro di ripulitura. Così le acque tornarono col tempo ad avere il sopravvento e l’emissario cessò di funzionare del tutto verso il secolo VI. Ripresero il problema gli svevi e gli aragonesi, ma senza serietà di propositi. Nuovamente si tornò al progetto di prosciugare il Fucino alla fine del secolo XVIII e al principio del secolo XIX; ma solo dopo la prima metà del secolo XIX si giunse allo svuotamento del lago per merito di Alessandro Torlonia con la costruzione del nuovo emissario. Valle Roveto continuò la sua storia nel periodo imperiale. Non esiste un accenno su nessun documento, però la sorte non ha voluto dimenticarci completamente. Restano, infatti, le lapidi di Civita d’Antino, che fu sicuramente nei primi secoli dell’Impero un prospero e forte municipio romano. Un municipio che ha come magistrati i Seviri, una sua amministrazione, che può contare fra le sue mura due collegi di artigiani, dei dendrofori cioè e dei centonari, che presenta una organizzazione interna ben definita, non poteva essere una borgata qualunque. L’aver ritrovato lapidi a Morrea, a Morino e finanche a Canistro che accennano ad Antino, ci prova che questo municipio romano si estese per buona parte di Valle Roveto ed esercitò una notevole attività. lo credo fermamente che ulteriori ricerche e scavi regolari potrebbero farci luce e illuminarci sul passato di Antino e di Valle Roveto. Ho poi la convinzione, come pensa qualche altro, che Antino fu voce indeclinabile. Mentre è documentata la voce derivata Antinates, ossia il popolo dell’antico municipio romano, non altrettanto possiamo dire del nome del municipio. Anche quando ci aspettiamo un altro caso, troviamo sempre Antino. Certamente Valle Roveto, che univa l’antica Via Latina attraverso Sora alla Via Claudia Valeria, ebbe non piccola importanza come via di comunicazione e di traffico. Chi voleva far più presto, venendo dal mezzogiorno, e portarsi nella regione del Fucino, non aveva via più breve. Una via secondaria unì sicuramente Valle Roveto al Lazio attraverso il valico della Serra S. Antonio, per dove oggi passa la nuova strada che congiunge Capistrello e Filettino; e vie non mancarono che attraverso al Monte Bello e al Monte Romanella portavano da Valle Roveto a Luco dei Marsi (Lucus Angitiae) e a Trasacco (Transaquas). E quando fu predicato il Cristianesimo in Valle Roveto? lo penso che la predicazione del Vangelo in Antino e nei pagi di Valle Roveto non dovette tardare molto. Non dimentichiamo che Roma, donde partivano e si irradiavano i messaggeri della Buona Novella, era vicina, e anche se non vogliamo affermare che il Cristianesimo fu dai nostri padri conosciuto ai tempi apostolici, non possiamo credere neppure che solo dopo il trionfo della Chiesa con Costantino fu predicata da noi la nuova religione. lo ho sempre ritenuto che Antino fu cristiana molto presto. Non ci dice nulla che i Santi venerati a Civita d’Antino sono Santi apostolici? Anche oggi Santo Stefano Protomartire, San Barnaba, Santa Maria Maddalena hanno culto in questo paese. È un culto che testimonia una tradizione lontana, forse dei tempi primitivi del Cristianesimo. Altri avvenimenti o particolari notizie dell’epoca imperiale mancano di Valle Roveto. Tutto è stato sepolto dal tempo. Certo seguitarono i nostri padri a vivere fra i loro monti e a conservare le virtù della loro stirpe tenace e laboriosa, mentre si addensavano nei secoli della decadenza dell’Impero Romano le nubi nerissime della barbarie.  (Note sull’autore e copyleft) Storiografia della Valle Roveto | Ritorna all’indice

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